Il declino attuale e prossimo venturo della Sicilia lo si può leggere anche nel crescente numero di studenti siciliani che scelgono di intraprendere la faticosa via dei “fuorisede”.

Più volte siamo ritornati sul fenomeno della nuova emigrazione dei giovani siciliani, spesso laureati, spinti dalla necessità di trovare un lavoro adeguato alle loro aspettative.

Una recente inchiesta di L. Tondo per La Repubblica-Palermo.it, obbliga, purtroppo, a retrodatare ulteriormente il momento della partenza dei giovani siciliani al conseguimento della maturità e al momento della scelta universitaria.

Secondo gli ultimi dati, sono circa 36.000 gli universitari siciliani fuorisede, circa un quarto dell’intera popolazione universitaria siciliana, con Milano, Bologna, Padova, Torino, ma anche Pisa, Roma e Siena fra le mete più gettonate. Oltre a medicina e infermieristica, la scelta di studiare fuori riguarda anche ingegneria, economia, marketing, giurisprudenza e psicologia

Un numero in crescita costante, almeno a partire dal 2007, malgrado il minor costo delle tasse universitarie negli atenei della nostra isola.

E’ un sintomo non solo della crisi del mercato del lavoro ma anche di quello dell’offerta di opportunità di formazione di livello più elevato.

E’ il fallimento di un sistema universitario che sopravvive ormai solo come diplomificio dal fiato corto, dopo che negli ultimi quindici anni, a causa dei meccanismi localistici dei concorsi accademici, ha progressivamente provincializzato il suo corpo docente in modo irreversibile e con un’ombra che si allungherà anche sulle prossime generazioni di insegnanti.

Se nei decenni precedenti era possibile che i vecchi meccanismi concorsuali portassero in Sicilia, sia pure solo per pochi anni, personalità intellettuali di rilievo nazionale -si pensi, solo per fare qualche nome, a Muscetta, Manacorda, Sylos Labini, Alberoni- che portavano aria fresca nel panorama culturale locale, oggi questo meccanismo si è interrotto, e anche facoltà e corsi di laurea che un tempo si potevano vantare di competere ai massimi livelli, come Fisica o Giurisprudenza, appaiono piuttosto in difficoltà.

E’ il fiasco di una concezione accademica che, tranne poche eccezioni, è capace di alimentare, quando va bene, solo il mercato delle libere professioni, peraltro sempre più ingolfato e che non riesce ad entrare in sintonia -offrendo stimoli, idee e progetti economicamente allettanti- con quelle realtà produttive di livello più elevato che ancora non hanno gettato la spugna.

Un’ulteriore riprova della credibilità in calo delle nostre accademie è la scarsissima capacità di attrarre studenti da altre regioni: escludendo l’Università di Messina, dove si recano a studiare molti studenti calabresi, a Catania e Palermo la percentuale degli studenti provenienti da altre regione non arriva a toccare nemmeno l’1%.

Università private e pubbliche ormai da tempo fanno campagna acquisti fuori casa, con incontri organizzati nelle grandi città siciliane, dove presentano direttamente a domicilio agli studenti e alle loro famiglie le loro offerte formative e le opportunità di lavoro in Italia e all’estero che sono in grado di prospettare.

A fronte di un accresciuto impegno economico delle famiglie, sono risorse finanziarie che vanno ad arricchire gli atenei del centro-nord e risorse umane che contribuiranno a far crescere le società e i sistemi produttivi di queste regioni.

Perché se già sono costretti ad andar via i laureti delle università siciliane, a maggior ragione non saranno i laureati a Milano, Bologna o Torino che ritorneranno a casa. I loro biglietti sono di sola andata.

Ma non è solo l’economia siciliana ad impoverirsi. Aumentano anche le differenze e le discriminazioni all’interno del suo tessuto sociale perché se è vero che -tra tasse, libri, affitto, cibo, trasporti, tempo libero- la spesa per mantenere uno studente fuori sede si aggira intorno ai 10.000 euro l’anno.

In complesso si tratterebbe quindi di un investimento che si aggira intorno alla ragguardevole cifra di 360 milioni di euro l’anno: è chiaro che si tratta di una spesa che possono permettersi solo famiglie dai redditi medio-alti.

E la crisi dilagante in tutto il paese sta aprendo un altro fronte: è in crescita anche il numero degli studenti siciliani che scelgono di proseguire gli studi in Europa.

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One Response to “Università siciliane, il deserto prossimo venturo.”

  1. Noi catanesi che esportavamo agrumi ed incassavamo valuta, esportiamo oggi i nostri figli ed i nostri soldi con la nota “spittizza” di ingraziarci la classe politica ed accademica che continua ad imperare nella nostra Università. La laurea honoris causa conferita all’autore della devastazione urbanistica sotto sequestro giudiziario “Mulino S.Lucia”, ne è triste esempio.

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