L’elezione del rettore dell’Ateneo catanese continua a suscitare commenti e analisi, dall’interno e dall’esterno dell’Università. Pubblichiamo oggi l’intervento fuori dai denti di un  docente dell’Ateneo, il quale preferisce, però, conservare l’anonimato.

Dopo la stagione dei nuovi statuti negli atenei italiani – che hanno dato varie e a volte divergenti interpretazioni alle norme contenute nelle legge Gelmini – sta giungendo la stagione del rinnovamento dei rettori.

Molto spesso si tratta degli stessi che hanno avuto un ruolo da protagonista e addirittura esorbitante nel disegnare la fisionomia interna delle proprie università, a volte cercando di interpretare nel modo più democratico possibile la legge Gelmini, altre volte, in nome della ‘governance’, restringendo gli spazi di democrazia fino a sfiorare vere e proprie forme di autocrazia rettorale.

Ma non pare che tale processo sia rimasto senza conseguenze nel corpo elettorale dei diversi atenei, che ben conservano memoria dei modi con cui si è arrivati ai nuovi statuti e si è interpretata la ‘governance’ nel proprio ateneo.

In uno di quelli in cui è stato più acceso lo scontro tra gli opposti interpreti della nuova normativa sulla ‘governance’ – quello di Catania – si è avuto di recente l’elezione del nuovo rettore.

Quello uscente, il prof. Antonino Recca, è stato assai contestato per uno statuto ritenuto da parte del corpo accademico eccessivamente accentratore e per aver anche proposto delle linee guida sui procedimenti disciplinari in cui praticamente si sanzionava qualunque forma di pubblicità o di dibattito sui procedimenti in corso.

Inevitabilmente il giudizio del corpo elettorale sui candidati a succedergli si è fondato su quanta distanza li separava dal modo in cui è stato interpretato il rettorato negli ultimi anni e sulle proprie intenzioni di rimettere mano alla statuto per modificarlo in senso più partecipativo.

E così è successo che il candidato più accreditato sino a quindici giorni fa, il prof. Giuseppe Vecchio, per il quale si parlava addirittura di una elezione al primo turno senza ballottaggio, ha ricevuto il bacio della morte quando il rettore uscente ha dichiarato ufficialmente di appoggiarlo.

E nessuno poteva prevedere questo catastrofico effetto, visto che un altro dei candidati, il prof. Enrico Iachello, aveva sino alla fine disperatamente cercato di essere lui il fruitore del pacchetto di voti che si accreditava alla truppa fedele al rettore regnante.

Tutto sbagliato, tutto errato: chi poteva prevedere lo smottamento delle ultime settimane a favore del candidato, il prof. Giacomo Pignataro, che più aveva criticato la gestione del rettore Recca?

È bastato che anche il suo giurista di riferimento, il prof. Bruno Caruso, si pronunciasse a favore del candidato più in odore di continuità, per trasformare lo smottamento in frana, specie tra il personale non docente, il più penalizzato dalle riforme amministrative.

Queste, oltretutto, erano state introdotte utilizzando come braccio esecutivo un direttore amministrativo, Lucio Maggio, poi direttore generale, che era assurto a tale ambita carica da semplice ricercatore universitario, grazie alla grande stima per lui nutrita dal rettore uscente e senza alcun titolo o competenza in questioni amministrative, essendosi sino a quel momento occupato di informatica giuridica (anche questo, caso unico in Italia e altro primato dell’ateneo catanese).

E così il candidato predestinato – il cui torto è stato più nel non aver preso le distanze pubblicamente da così ingombranti sostenitori che nell’essere effettivamente su una linea di continuità con la precedente amministrazione – ha nobilmente rinunziato a concorrere per il secondo turno, ritirandosi dalla battaglia, così come fatto anche dal terzo candidato che non è riuscito a raccogliere neanche i voti maggioritari della propria facoltà e che si è caratterizzato per esser stato “più realista del re”.

Insomma, la ripulsa per un metodo di governo e di gestione dell’università catanese è stata così profonda e sentita che possiamo attribuire al rettore uscente un duplice miracolo: aver fatto eleggere per la prima volta un rettore ad un tempo di sinistra (vicino al Pd) e docente di materie non scientifico-mediche, come appunto è il prof. Giacomo Pignataro, economista.

Se questo è un buon segno, allora possiamo sperare che anche in altri atenei si abbia il coraggio di premiare quei candidati rettori che nella transizione al nuovo assetto universitario hanno cercato di interpretare la legge Gelmini non per restringere l’autonomia e gli spazi di democrazia dell’università, ma come l’occasione per un reale rinnovamento, sfruttandone tutte le potenzialità normative.

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