Le improvvise quanto inaspettate dimissioni di papa Benedetto XVI, al di là del dato soggettivo di una percepita inadeguatezza delle proprie forze rispetto alla gravità dell’incarico, hanno portato allo scoperto l’esistenza di un grave malessere ai massimi livelli del governo della Chiesa.

Quale che sia la natura di questo malessere -rivalità, lotte di potere, gelosie, fuga di notizie e documenti, gestione della banca vaticana (lo IOR), scandalo pedofilia- mentre si apre il Conclave che porterà alla elezione del nuovo papa, un dato generale emerge con chiarezza: il richiamo al concilio Vaticano II e alla necessità di ripartire dal suo metodo di lavoro e dalle acquisizioni dottrinali e pastorali che quell’avvenimento ha lasciato in eredità alla Chiesa.

L’esigenza di una riflessione sul Concilio era già viva ancor prima di questi eventi recenti, anche perchè, dopo cinquanta anni dall’inaugurazione del Vaticano II ad opera di Giovanni XXXIII (1962), da parte di molti si avvertiva il bisogno di tornare alla sostanza dei suoi contenuti, quasi oscurata dalla pretestuosa contesa fra tradizionalisti e progressisti.

A Catania alcune parrocchie avevano chiesto, mesi fa, al teologo don Pino Ruggieri, autore tra l’altro di un libretto divulgativo, edito da Einaudi, intitolato proprio “Ritrovare il Concilio”, di aiutarle a far memoria di quel grande avvenimento. Sono stati per questo programmati cinque incontri con cadenza mensile, a partire da gennaio.

Per comprendere fino in fondo la portata del Vaticano II, ha sottolineato don Ruggieri nel primo dei cinque incontri, è necessario non separare i testi finali dal processo che li ha originati, e occorre porsi di fronte ad esso come a un ‘evento’ che non si è limitato, come era naturale, a riformulare in modo più adeguato ai tempi le verità di sempre, ma che in qualche modo, ha inteso cambiare equilibri di lunga durata.

Nonostante Giovanni XXIII, il papa che volle il concilio, sintetizzasse il desiderio di un profondo cambiamento nell’invocazione di “una nuova Pentecoste”, in quel momento storico era difficile nutrire questa speranza. Il mondo, diviso in due blocchi, era sull’orlo di un nuovo, devastante conflitto mondiale; la chiesa cattolica con il pontificato di Pio XII aveva fatto la sua scelta di campo, scegliendo l’Occidente come garanzia per la sua libertà; all’interno della Chiesa, molti fermenti di novità nella ricerca teologica era stati costretti al silenzio.

Le novità, tuttavia, arrivarono subito, innanzi tutto per volontà di papa Giovanni, che volle che tutti i vescovi fossero lasciati liberi di esprimere desideri, proposte e aspettative.

Ma quale era il progetto di ‘aggiornamento’ delineato da Roncalli? Il suo principale punto di riferimento era il connotato “pastorale” che il concilio avrebbe dovuto assumere. Non era un modo per ridimensionarne la portata del Vaticano II, anzi. Egli aspirava ad affidare al Concilio il “compito di distinguere la sostanza viva del Vangelo dai rivestimenti storici ogni volta mutevoli, onde renderlo accessibile agli uomini del proprio tempo.”

L’abbandono, nei testi finali, del linguaggio tipico della teologia neoscolastica a favore di uno biblico e patristico dà la misura di questo cambiamento.

Per questo motivo non poteva essere un concilio fatto di condanne e anatemi, ma un’occasione in cui la Chiesa reimparasse a “usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità”, facendosi incontro ai bisogni dell’uomo contemporaneo, impegnandosi a discernere, contro “i profeti di sventura”, i segni dei tempi. Il frutto più prezioso di questo orientamento fu il decreto sulla libertà religiosa

Altro compito assegnato al concilio era lo scopo ecumenico, la riapertura cioè di un dialogo fraterno con le Chiese separate, nella prospettiva di una ri-unione. Segni tangibili di questa intenzione saranno l’istituzione di un apposito Segretariato per l’unità, affidato al cardinale Bea, e l’inusitata richiesta alle stesse Chiese di mandare dei loro osservatori.

Queste indicazioni furono subito recepite dalla maggioranza dei Padri conciliari, fin dal momento in cui, per la formazione delle commissioni di lavoro, che la Curia ambiva a mettere sotto controllo, rifiutarono gli elenchi precostituiti dalla Curia stessa e si presero il tempo necessario per conoscersi ed eleggerle con piena consapevolezza.

Ma in maniera ancora più evidente, la libertà e la riscoperta della responsabilità collegiale dei vescovi emersero con forza quando si cominciarono ad esaminare i primi sette schemi trasmessi dalle commissioni preparatorie: ad eccezione di quello riguardante la riforma liturgica, furono tutti respinti in quanto ritenuti non corrispondenti alle intenzioni delineate da Giovanni XXIII.

Ritorneremo su questo ciclo di conversazioni, dandone notizia man mano che si svolgeranno.

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