Il MUOS? Una questione di sovranità nazionale più che di salute pubblica o di difesa dell’ambiente. A dirlo, con naturalezza e decisione non è un esaltato anti-americanista, ma il generale Fabio Mini, che ha ricoperto importanti  incarichi militari in Italia e all’estero, compreso quello di capo di stato maggiore della NATO nel sud Europa e che è intervenuto alla presentazione del suo libro, “Mediterraneo in guerra“, il 13 febbraio,  alla CGIL di Catania.

Sul Muos, a suo parere, bisogna alzare il tiro e impostare la lotta ad alto livello politico, “là dove la responsabilità della sovranità risiede”, la Regione Siciliana, la presidenza del Consiglio, le autorità da cui sono state date le concessioni per questa istallazione. Molto probabilmente, afferma Mini, non c’è stato nessun accordo particolare.

Esiste, infatti, un accordo quadro bilaterale tra USA e Italia (in cui la Nato non c’entra niente), segreto, firmato in piena guerra fredda, nel 1953. Contiene un elenco delle basi americane autorizzate sul nostro territorio e una postilla in cui si prevede che gli aggiornamenti tecnologici e tecnici [facciano parte di “addenda” e] possano essere introdotti automaticamente. Si tratta di un accordo tra governi di cui il Parlamento italiano non è mai stato investito.

E allora, proprio a Niscemi, dove già esiste una base di comunicazione americana in cui da trenta anni sono attive 36 antenne ad alta frequenza, perchè dovrebbe essere un problema introdurre le parabole del MUOS, considerate solo un adeguamento tecnologico?

“Possiamo solo immaginare lo sconcerto dei tecnici americani -dichiara Mini- che non capiscono come si possa rifiutare una tecnologia nuova, addirittura meno invasiva della precedente, visto che il raggio di espansione delle onde non si allarga verso terra ma si concentra verso l’alto, in direzione del satellite. Non meravigliamoci se avranno pensato che gli italiani sono dei coglioni”.

Eppure il passaggio dalle antenne alle parabole potrebbe essere messo in discussione dagli studi di Zucchetti e Coraddu che sembrano dimostrare l’interferenza delle onde emesse dal MUOS con i sistemi di navigazione aerea. A questo punto, la natura del MUOS smetterebbe di essere solo quella di impianto di telecomunicazione per divenire quella di sistema d’arma.

La posizione del generale sul Muos è emersa durante il dibattito, dopo la presentazione da parte di Mario Forgione, la relazione di Federico Cresti, che è entrato nel vivo del contenuto e della struttura del libro, e gli interventi di Antonio Mazzeo e Peppe Cannella, attivisti No Muos.

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Non a caso il libro di Mini ha come sottotitolo Atlante politico di un mare strategico e contiene delle schede sui paesi che ruotano attorno al Mediterraneo, un Mediterraneo non geografico, ma allargato in senso strategico militare, che ingloba quindi aree che vanno dall’Iran al Corno d’Africa.

Gli interessi presenti nell’area sono soprattutto quelli della politica statunitense, da tempo attenta ai mutamenti che avvengono intorno a questo mare, tanto che la CIA ha fatto studi anche di tipo demografico, individuando l’importanza della crescita della popolazione e quindi dei giovani nel Nord Africa, in opposizione ad un’Europa che invecchia.

Questo boom della popolazione è stato visto però come un rischio, capace di creare “conflitti arginabili solo con la forza delle armi”.

Una visione miope che ha impedito di capire che il cambiamento in questi paesi non sarebbe stato solo quantitativo ma qualitativo, con conseguente ricerca del cambiamento e della democrazia in loco, laddove noi continuiamo a temere la “invasione scalza” che ci minaccia, la massa di diseredati che vuole portarci via il lavoro.

Ecco perchè -afferma Mini- continuiamo a considerare il Mediterraneo un elemento di divisione, nonostante la storia ci dica il contrario. Non è del resto un caso che la nostra Marina militare sia, per quantità e qualità di mezzi, una delle più grandi del mondo e continui ad esserlo nonostante la proclamata necessità della razionalizzazione.

Una razionalizzazione che è mancata anche negli altri paesi europei e negli USA, a causa della pressione di interessi economici e politici che inducono ad acquistare armi che in realtà non servono. Contro chi infatti dovremmo usarle?

Manca un calcolo delle forze reali necessarie per affrontare un pericolo realistico, forse perchè bisognerebbe ammettere la mancanza di reali minacce.

Il nemico può essere l’Iran? “Ma se, contro qualche missile di vecchia generazione lanciato eventualmente dall’Iran, non funzionasse il nostro costoso sistema antimissilistico, vorrebbe dire solo che abbiamo sprecato soldi” dichiara Mini, scettico anche sul pericolo rappresentato dalla Corea del Nord.

Certo ci sono altri ‘mediterranei’ che si vanno definendo, da quello cinese a quello artico, mari chiusi al centro di grossi interessi politici ed economici. Ma anche lì non è chiaro quale sia il nemico.

Nel ‘nostro’ Mediterraneo l’unico vero pericolo è rappresentato da Israele, un paese che teme per la sua sopravvivenza e si sente accerchiato, un paese che ha dei nemici (Siria, Gaza, i Fratelli Musulmani d’Egitto…) contro cui potrebbe decidere di usare le testate nucleari che possiede.

Di testate nucleari gli Usa ne hanno a disposizione 75000, tra cui i 25 ordigni presenti ancora nella base italiana di Aviano, un numero per noi inquietante, ma per gli americani assolutamente irrilevante.

In attesa di capire per quale nemico questo enorme arsenale militare sia stato pensato, neanche la crisi è riuscita a ridimensionare il potere dei militari. Le riforme strutturali di cui si sente parlare non toccano le forze armate, anche se Mini non perde la speranza del cambiamento e continua a scrivere i suoi libri perchè ritiene importante che le cose si sappiano e spera che la razionalità prima o poi prevalga.

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