“Ogni giovedì sera leggete la Bibbia? Ma allora siete protestanti!”. E’ la reazione spontanea di una signora del popolo davanti alla notizia che un gruppo di credenti si riunisce per cercare di capire come il messaggio contenuto nelle Sacre Scritture possa illuminare la propria vita.

L’idea, ormai radicata da secoli, che la lettura diretta della Bibbia non sia ‘cosa da cattolici’, non è stata purtroppo scalfita più di tanto, nel sentire popolare, dal ripensamento operato dal concilio Vaticano II, che ha ridato alla Sacra Scrittura il posto che le spettava nella vita della Chiesa cattolica.

Se ne è parlato durante la seconda conversazione sul concilio, tenuta da don Pino Ruggieri al Crocifisso della Buona morte, che ha avuto come tema appunto il documento sulla Parola di Dio, la ‘Dei Verbum’.

La diffidenza del magistero romano, e quindi del mondo cattolico, nei confronti di una lettura diretta, personale e/o comunitaria, dei testi sacri nasce nel Cinquecento, nel clima di reazione alla Riforma luterana

Il principio della “Sola Scriptura”, come unico strumento attraverso cui Dio si è rivelato agli uomini, la centralità della Scrittura nella vita di ogni cristiano e la possibilità di accedervi direttamente e senza alcuna mediazione clericale, erano state alcune delle acquisizioni fondamentali del pensiero e dell’azione di Lutero. A questo scopo, fra l’altro, egli si impegnò nella traduzione in tedesco della Bibbia.

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La risposta della teologia cattolica si incentrò nella difesa del “principio dell’insufficienza materiale della Scrittura stessa e della necessità quindi di ricorrere al lascito della Tradizione apostolica, quella che per così dire “di mano in mano” è arrivata fino a noi, per conoscere la pienezza della rivelazione cristiana.”

Di fatto, fino al concilio, la Bibbia ha avuto un posto pressoché trascurabile nella vita della chiesa, se si esclude l’uso che ne veniva fatto nella liturgia.

Lo schema preparatorio ‘Sulle fonti della Rivelazione’ che fu consegnato ai padri conciliari nell’estate del 1962 risentiva ancora, fin dal titolo, di questa controversia e fu tra quelli che venne rigettato. La sua riscrittura, per volere di papa Giovanni, fu affidata ad una commissione mista formata da esponenti della Commissione teologica e del Segretariato per l’unità dei cristiani.

Il nuovo testo, la costituzione ‘Dei Verbum’, approvata e promulgata dopo molte traversie il 18 novembre 1965, pur senza rigettare formalmente le concezioni teologiche maturate tra il concilio di Trento e il Vaticano I, spostò la riflessione sulla rivelazione da un piano teoretico ad uno centrato sull’evento amorevole attraverso cui una persona entra in comunicazione con un’altra. Con esso infatti Dio, mediante il Cristo, “per l’abbondanza del suo amore, si rivolge agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e accoglierli nella comunione con sé.” (DV, 2).

Ne consegue, ed è l’affermazione più innovatrice, che ogni qual volta un uomo viene accolto nell’amicizia con Dio, cioè nell’esperienza della fede, lì avviene in qualche forma, non sempre facile da interpretare, una rivelazione autentica del Dio di Gesù Cristo.

A maggior ragione è la vita stessa di tutta la chiesa, non solo della sua gerarchia, che è impegnata nel compito di far crescere la comprensione del vangelo e che quindi diventa soggetto vivo e attivo della tradizione.

In tal modo la Tradizione non viene ridotta solo all’insegnamento dottrinale, ma comprende la vita cristiana stessa, le istituzioni, la liturgia, che oltre tutto sono spesso veicoli più efficaci e autentici del vangelo rispetto all’insegnamento.

Una terza acquisizione del testo conciliare riguarda l’esegesi biblica, con il definitivo accoglimento del principio che la Scrittura non vuole comunicare verità di ordine profano. Viene riconosciuta anche la validità del metodo storico-critico per leggere i testi biblici  tenendo conto del contesto in cui sono stati elaborati e delle caratteristiche del loro rivestimento letterario.

Ma nella percezione comune ciò che veramente ha chiuso un’epoca è l’aver ridato alla Scrittura “il suo ruolo centrale e insostituibile nella vita dei cristiani tutti, nella teologia e nella predicazione della chiesa.”

Ecco il calendario degli incontri sul Concilio Vaticano II

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One Response to “Dal Concilio una nuova centralità per la Bibbia”

  1. Volevo qui ricordare la lettera pastorale del patriarca di Venezia card. Angelo Roncalli, datata 15 feb 1956, inizio Quaresima, (che prende spunto dalla celebrazione del quinto centenario della morte di san Lorenzo Giustiniani), dove il futuro papa Giovanni XXIII parla del rapporto chiesa/ Scrittura, nella quale vengono anticipate le indicazioni del futuro Concilio, e che si rivela quindi un documento, oltre che bello, anche molto utile per accrescere la comprensione della stessa svolta conciliare.

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