Nell’aula delle adunanze del palazzo di Giustizia di Catania il 5 aprile 2013 si è svolto un dibattito organizzato dall’Associazione magistrati “1963 – 2013: Cinquant’anni dall’ingresso delle donne in magistratura. Cosa è cambiato? Donna, giudice del Tribunale di Catania e componente della Giunta distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati, Simona Ragazzi, firma per Argo un puntuale report di quell’interessante incontro del quale vi presentiamo un’edizione ridotta e, in link, quella completa.

Magistrate? Prefette? No, non se ne parla nemmeno. Le donne hanno troppo sentimento e poca razionalità. Era il lontano 31 gennaio del 1947 e allora era questo l’orientamento prevalente all’interno dell’Assemblea Costituente. Nonostante ciò e nonostante l’esigua presenza  di donne (solo il 4 per cento dell’Assemblea) si raggiunse infine un punto di equilibrio nel testo dell’art. 51, “tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

Ma il cammino era ancora tutto in salita. Di questo e d’altro si è parlato nei giorni scorsi, nell’aula delle Adunanze del Palazzo di Giustizia di Catania, in un incontro dibattito organizzato dall’Associazione nazionale magistrati , “1963-2013. Cinquant’anni dall’ingresso delle donne in magistratura. Cosa è cambiato?”.

Dalla costituente in poi sulla strada delle carriere delle donne non sono mai mancati ostacoli. Nonostante il chiaro testo costituzionale, per altri 15 anni fu, infatti, ritenuto ancora in vigore l’art. 7 della legge n. 1176 del 1919 che, pur ammettendo le donne alle professioni e agli impieghi pubblici, 1963 – 2013: Cinquant’anni dall’ingresso delle donne in magistratura. Cosa è cambiato? espressamente dall’esercizio della giurisdizione e da altre professioni che comportavano l’esercizio di potestà di Alta Amministrazione. Ci vollero una coraggiosa e ancora attuale sentenza della Corte Costituzionale del 1960 e poi una legge (n. 66 del 9 febbraio 1963) per ammettere le donne ai concorsi della Magistratura, alla carriera prefettizia, diplomatica, etc.

Ma anche quando le donne accedono alle carriere “proibite” , per loro è tutto più difficile, gravate come sono dal lavoro, dalla maternità, dalla cura. Lo ha confermato uno dei relatori, la Prefetta di Catania, Francesca Cannizzo, che ha ricordato che quella prefettizia, modellata sulla figura del Prefetto di Polizia francese, è una carriera impostata sin dalle sue origini “al maschile”, nella quale, sopratutto negli anni del suo ingresso nella carriera (1981), si esigeva una presenza in ufficio dalla mattina alla sera, a prescindere da una razionale e ragionata distribuzione delle incombenze in questo arco temporale.

Questa concezione era inconciliabile con i molteplici doveri aggiuntivi di cura gravanti sulle donne, che hanno una caratteristica comune e “trasversale” nei pur diversi ambiti lavorativi: quella di “ottimizzare il tempo”. L’esperienza l’ha indotta a concludere che esistono “due modi diversi di lavorare”.

Tornando alla Magistratura, si è ricordato che questi 50 anni di storia hanno smentito l’orientamento conservatore, secondo il quale le donne erano idonee a occupare solo gli spazi confacenti alle loro presunte “attitudini femminili”. In una prima fase vi è stata una dislocazione preferenziale delle donne nei settori della giustizia minorile e della famiglia, ma poi esse hanno occupato tutti i campi e i settori della giurisdizione. Nel nostro Distretto vi è sostanziale parità nella rappresentanza numerica e sono donne 3 su 6 dei Presidenti di Sezione del tribunale.

La presenza femminile è in crescita. Lo ha ricordato, dati alla mano, Maria Gabriella Luccioli, prima donna ad essere entrata in Cassazione e tuttora unica presidente di Sezione della stessa Corte. “Se oggi gli uomini sono il 54% e le donne il 46%, – ha detto- il trend registrato negli anni vede le donne vincitrici di concorso ormai in numero di gran lunga superiore a quello degli uomini. Le donne sono passate dal 4% – 5% dei primi concorsi (anni ’60), al 10% -20% dopo gli anni ’70, al 30% – 40% negli anni ’80, al 50% degli Anni ’90 fino all’attuale 65% e ben presto costituiranno maggioranza.

Le prime generazioni tendevano a omologare totalmente il proprio ideale di giudice all’unico modello professionale di riferimento, quello maschile, quasi fosse un passaggio necessario per ottenere una piena legittimazione. Ben presto, però, superando la prova che si richiedeva loro, di essere brave quanto gli uomini, efficienti quanto gli uomini, le magistrate, pagando alti prezzi, hanno avviato il recupero di una identità complessa, con un approccio al lavoro, un linguaggio e regole comportamentali sulle quali costruire la figura professionale della magistrata – “sintesi tra uguaglianza e differenza” – e la specificità del suo apporto alla giurisdizione.

Tuttavia, il percorso verso la parità non è ancora concluso. La presidente Luccioli ha segnalato come ancora nei ruoli dirigenziali e semidirigenziali le donne siano fortemente deficitarie (rappresentando solo il 17% nei ruoli giudicanti e il 12% in quelli requirenti, contro una media europea del 30%). Ancora più sconfortante il dato relativo alla Procura Generale della Cassazione, dove su 52 tra sostituti, Procuratore Generale e Avvocato Generale, solo 4 sono donne. Infine, solo una donna è giudice della Corte Costituzionale (su 15 componenti).

Si può ritenere, in generale, che lì dove giocano fattori “extracurriculari”, come esperienze organizzative, pubblicazioni, incarichi extragiudiziari, tutti fattori non ininfluenti nella successiva valutazione per l’accesso agli incarichi direttivi, e soprattutto la necessità di spostarsi lontano da casa, le donne siano ancora sfavorite o si autosfavoriscano, rinunciando preventivamente a presentare la domanda. Altro dato negativo è il pensionamento precoce, diffuso tra le donne magistrato, che certo non può essere giustificato da un sentimento di scarso appagamento per la professione, ma forse dalla sopravvenuta consapevolezza della difficoltà di conciliare lavoro e “resto”.

E a proposito di stereotipi, come tratta il cinema italiano le magistrate?  Secondo il prof. Antongiulio Mancino, docente di Semiologia del Cinema all’Università di Macerata, il grande schermo tende a riflettere i luoghi comuni e nei film la donna costituisce al massimo un elemento accessorio della narrazione, sempre in rapporto a una o più figure maschili, mai autonome protagoniste. Se, poi, il cinema italiano ha dato spesso una rappresentazione farsesca del processo inquisitorio (in vigore fino agli anni ’80), la donna è stata per lo più una figura da macchietta. Vedi “La pretora” con Edwige Fenech. Unico esempio positivo la Mariangela Melato di “Segreti segreti” di Giuseppe Bertolucci (1984), un film esclusivamente “al femminile”, in cui si intrecciano le storie di 7 donne.

In sintesi la consapevolezza che abbiamo acquisito è che le donne, in magistratura da 50 anni, sono cambiate a velocità impressionante. Forse il “mondo” attorno a loro non è cambiato molto o non è cambiato alla stessa velocità.

Leggi la versione integrale del report

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