Il luogo comune che vuole la Sicilia come luogo di perenni contraddizioni in certi casi mostra consistenti aspetti di verità. Una di queste è la crescita del numero di imprese a partecipazione estera in tempo di crisi come l’attuale.

Naturalmente non stiamo parlando della spesa al supermercato, ma di investimenti di grosso taglio nei più svariati campi dell’attività economica. Lo documenta, con ricchezza di dati, un’inchiesta di L. Tondo pubblicata su La Repubblica, che fa riferimento anche ai dati dello Svimez, secondo cui questo numero  è aumentato di quasi il 200 per cento negli ultimi 6 anni, passando dalle 59 del 2006 alle 163 del 2012.

I settori interessati, dicevamo, sono i più svariati, a partire dalle tradizionali strutture turistiche. Tedeschi, francesi, americani e maltesi hanno fatto e continuano a fare incetta dei sempre pregiati alberghi di Taormina, ma viene segnalato anche un consistente investimento dell’inglese Rocco Forte che, sulla costa tra Sciacca e Ribera ha piazzato una grossa struttura alberghiera con contorno di campi da golf.

La drastica e continua caduta dei prezzi del settore immobiliare sta invece solleticando gli appetiti dei russi, oltre che di tedeschi, francesi e maltesi: nel 2012 gli investimenti nel settore hanno raggiunto gli 84 milioni di euro con aumento del 4 per cento rispetto a 3 anni fa.

Collegato al settore turistico, quello del trasporto aereo, con l’annunciata privatizzazione dell’aeroporto di Palermo, per il quale hanno manifestato forte interessamento sia gli argentini della Corporacion America, guidati dall’imprenditore armeno Eduardo Eurnekian, già presenti nella società di gestione dell’aeroporto di Trapani, sia diverse compagnie aeree degli Emirati Arabi. Analoghe voci circolano in modo sempre più insistente a proposito di un’eventuale vendita dello scalo catanese di Fontanarossa.

Altro settore tradizionale abbastanza frequentato è quello dell’industria petrolifera, dove, oltre alla Esso, sono presenti i russi della Lukoil nella raffineria Isab di Priolo. Ma in questo settore la nuova più ricca e quindi più dura partita si gioca sul terreno delle perforazioni alla ricerca di idrocarburi nei fondali siciliani: texani, canadesi, inglesi, irlandesi e olandesi, australiani si stanno sfidando a colpi di trivelle, a malapena contrastati da alcuni settori della società siciliana, con motivazioni prevalentemente ambientaliste.

Sono soprattutto di provenienza spagnola gli investimenti che riguarderebbero il nuovo settore delle energie rinnovabili, eolico e fotovoltaico in particolare.

Ma quali sono i vantaggi che giustificano tanto interesse? Ce ne sono almeno due. Uno è più contingente e riguarda i costi materiali dell’insediamento: un capannone industriale in Lombardia costa 1300 euro al metro quadrato mentre a Palermo sfiora appena gli 800 euro; uffici e strutture logistiche in Sicilia consentono un risparmio che sfiora il 50 per cento: 450 euro al metro quadrato contro gli 850 della Lombardia. Stesso discorso per l’assunzione di manodopera. In complesso un insediamento in Sicilia può far risparmiare fino al 70 per cento, senza contare la maggiore facilità di accedere ai contributi europei.

Ma la vera motivazione ha carattere strategico. Confindustria Sicilia parla infatti di un “nuovo scenario economico che vede l’Africa e il Medio Oriente come prossimi obbiettivi delle multinazionali. In questo contesto, l’Isola svolgerebbe il ruolo di testa di ponte”.

Di tutta questa effervescenza finanziaria, però, nell’isola rimane ben poco, sia in termini di entrate fiscali che in termini di occupazione. Anzi in alcuni campi siamo pure costretti a pagare per conto terzi.

Tutti questi investitori stranieri, infatti, hanno il domicilio fiscale fuori dall’isola, ed è lì che vanno a finire utili e parte delle tasse e anche quando attivano in loco aziende satellite, alla loro chiusura c’è il rischio che lo Stato italiano debba accollarsi le spese contrattuali dei licenziati, come la cassa integrazione e la messa in mobilità.

Ma c’è di più. Nel caso degli impianti militari americani, non ultimo il contestatissimo MUOS di Niscemi, l’Italia infatti paga dal 37 al 40 per cento dei costi, sotto forma di contributi diretti e agevolazioni.

Sarebbe dunque un errore pensare che la Sicilia sia diventata una sorta di nuovo Eldorado.

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One Response to “L’economia siciliana parla lingue straniere”

  1. articolo incompleto, in caso di applicazione dell’articolo 37 dello statuto (il bluff di Crocetta) altro che Eldorado!

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