Quindici giorni a casa, a Catania, in Italia. Una pausa di riposo per Giovanni Sciolto, che lavora per una ONG, in Sud Sudan, alla organizzazione degli aiuti umanitari, a contatto con la polvere, la miseria, la guerra, la morte.

Il suo stare dalla parte degli ultimi, tuttavia, non ammette riposo, necessita di incontri con chi è ai margini, aspira a ripercorrere i passi che -un paio di anni fa- lo avevano portato al Palazzo delle Poste.

Ma questa volta Giovanni non racconta, non ci dice dove “i ragazzi” hanno riorganizzato la loro vita, non vuole essere complice né di un altro sgombero né della indignazione, speculare e altrettanto inutile, degli “attivisti”.

Nella riflessione postata sul suo blog, ll ghetto dei genicotteri, ci aiuta piuttosto a interrogarci sulla superficialità del nostro approccio alla accoglienza verso gli “amici immigrati”, della nostra pretesa disponibilità ad integrarci con essi sguazzando “negli stagni dell’esotismo solidale”.

Parole forti, che ci mettono in discussione, che ci invitano a “milioni di rivoluzioni interiori”. Senza striscioni e senza slogan.

Ecco cosa scrive Giovanni sul suo blog, con il titolo

Catania, luci e candele: l’incosciente strategia della complicità

E’ come volarci sopra se ci si ferma in equilibrio sul cornicione. Tra le luci intermittenti delle serate al centro “Zo” e le candele delle fredde camere dimenticate da tutti. In equilibrio tra il mare e la terraferma.

A Catania da qualche giorno, strumento infelice di un giornalista, mi sono fermato di nuovo su quel cornicione che qualche anno fa mi diede la spinta per cominciare a condividere le mie esperienze all’interno di questo spazio d’espressione.

Era l’undici aprile del 2009. Sono passati più di due anni.

Il Ghetto dei Fenicotteri era appena nato. Io, il padre, avevo deciso che avrei scritto degli interstizi urbani catanesi. Lo avrei fatto con la consapevolezza che solo scrollandosi di dosso il cieco buonismo assistenzialista si sarebbe arrivati a comprendere la ghettizzazione forzata di centinaia di esseri umani.

Il rischio, quando si scrive di integrazione e di ghettizzazione, è di sguazzare negli stagni dell’esotismo solidale condito da goffe dimostrazioni saltuarie di amore “verso gli amici immigrati”: cene, feste, danze e musiche dal mondo.

Credevo, io, che l’integrazione passasse attraverso una conoscenza reciproca più profonda, scremata da categorizzazioni quali “il poverino”, “i disperati”, “gli immigrati”, “le povere prostitute”. Credevo che condividere spazi significasse condividere sensazioni, che litigare significasse conoscersi meglio. Credevo, e credo, che le battaglie per l’integrazione non vadano combattute con gli striscioni e gli slogan.

Arrampica cucuzza ca n’austu ni viremu!”, mi diceva mio padre da bambino. E’ il concetto per cui la pianta di zucca, precoce e veloce nello svilupparsi faccia notare alla quercia la differenza di altezza, di rigogliosità e di brillantezza; la quercia, saggia, nemmeno particolarmente stizzita risponde: “Arrampicati, zucca, cresci. Ci rivedremo ad agosto”. Come è noto, il ciclo vitale di una pianta di zucca non è minimamente paragonabile, per longevità, a quello di una quercia.

Il punto è questo. L’integrazione è un processo contorto e caratterizzato da flussi multidirezionali (quasi come una particolare tipologia di ponteggi). Necessita di profonde e solide radici, come la quercia. E’ un processo che oltrepassa i sensazionalismi effimeri dell’ “evento ad hoc”, della “festa per gli amici immigrati”, della “cena solidale”. Manifestazioni d’affetto interessanti e commoventi, ma assolutamente inutili se non supportate da milioni di rivoluzioni interiori.

Poco è cambiato, dietro alle Poste del Viale Africa. La disposizione, le camere, le bandiere. I ragazzi si sono spostati qualche metro più in là rispetto al Palazzo delle Poste. Vivono.

L’ultima volta che scrissi, in maniera più o meno approfondita, mi fu chiesto (dopo qualche mese) di informare gli inquilini che il Palazzo sarebbe stato sgomberato. Evitero’, quindi, di raccontare dell’ultima visita. Al posto mio, professionisti del settore sapranno trovare parole più intense che desteranno, ancora una volta lo stupore caritatevole (prima), la rabbia da piazza (poi) e l’indifferenza (in ultima istanza). In mezzo, uno sgombero laverà le coscienze dei palazzi e darà spazio all’indignazione degli attivisti.

Corsi, ricorsi e musiche dal mondo.

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One Response to “Le radici profonde dell’integrazione”

  1. …proprio tu sei un bellissimo esempio di quella “rivoluzione interiore” di cui parli : se solo stessimo più attenti ad ascoltare anzichè parlarci addosso !
    ti avevo messo in guardia anni fa : non saresti più stato bene da nessuna parte.
    “soffrire con l’altro è la cosa che ha più senso nell’ordine del mondo”(Lévinas): tu ne sei davvero capace !

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