Fra circa un mese, nella lontanissima Phnom Penh in Cambogia, anche l’Etna entrerà a far parte della lista dei siti naturalistici considerati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. La notorietà, l’importanza scientifica e i valori culturali ed educativi del sito sono le principali motivazioni che sono state riconosciute come portatrici di significati di rilevanza globale.

Non sarà tutta l’area dell’attuale Parco a rientrare in questo riconoscimento ma solo la zona A, cioè l’area sommitale del vulcano, circa 20mila ettari sui 59mila complessivi. Ma già il primo problema da risolvere sarà l’accesso a questa zona, dato che a tutt’oggi esiste un divieto per motivi di sicurezza.

E adesso cambierà qualcosa nella gestione di questo immenso ed eccezionale patrimonio? Riuscirà l’Ente Parco, istituito nel 1987 e a cui continuerà ad essere affidata la gestione, ad avere una presenza diversa da quella burocratica e imbalsamatrice che ha esercitato finora?

Rientrare nella lista Unesco non significa infatti appendersi solo una medaglietta al petto e buonanotte ma potrebbe aprire alla possibilità di attingere a nuovi finanziamenti anche da parte dell’Onu, dell’Unione europea e ministeriali.

Questi però non arriveranno a pioggia ma solo a fronte della capacità di presentare progetti seri nel campo della conservazione del bene e della sua fruizione e in quello dell’educazione ambientale.

Per poter usufruire dei finanziamenti previsti occorre infatti redigere un ‘piano di gestione’ con cui vengono definite “le priorità di intervento e le relative modalità attuative, nonché le azioni esperibili per reperire le risorse pubbliche e private necessarie, (…) oltre che le opportune forme di collegamento con programmi o strumenti normativi che perseguano finalità complementari, tra i quali quelli disciplinanti i sistemi turistici locali e i piani relativi alle aree protette.”

Recita così l’art. 3 della legge 20 febbraio 2006 n.77, Misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico e ambientale, inseriti nella «lista del patrimonio mondiale», posti sotto la tutela dell’UNESCO.

Certo, la situazione di partenza è pochissimo allegra. Cosa ci si può aspettare infatti da un Ente politicamente lottizzato che esce da un lungo periodo di commissariamento, che brucia tre quarti delle sue risorse per le spese di personale e di gestione, che non ha un suo corpo di guarda parchi, che non riesce a coordinare il problema della gestione dei rifiuti, che è stato capace di piantare un esagerato numero di cartelli superflui tranne quelli utili per il turista -come quelli della sentieristica-, con un sito internet nel quale le notizie che interessano gli appassionati della montagna bisogna cercarle con il lumicino e dal quale non risulta neanche l’esistenza di un organismo scientifico -sia pure di consulenza-, che possiede sul suo territorio, ma non riesce a gestire, una notevole quantità di immobili utili per l’escursionismo?

Con questo ulteriore riconoscimento, comunque, Catania sarà probabilmente una delle province a più alta concentrazione di riconoscimenti Unesco del mondo.

Sembra incredibile, ma è così perché vi è già inserita in quanto parte del distretto delle città del Barocco, riconoscimento ottenuto nel 2002, ma anche perché una delle sedi storiche dell’Opera dei pupi (inserita nella lista dei beni immateriali nel 2008) e perché rientra fra le regioni in cui si coltiva la tradizione della Dieta mediterranea (inserita nella stessa lista nel 2010). Probabilmente neppure molti catanesi ne sono informati.

Ma è anche tutta la Sicilia centro-orientale ad essere ampiamente rappresentata fra i beni Unesco. Ne fanno anche parte infatti anche la Valle dei templi di Agrigento e la Villa del Casale di Piazza Armerina (fin dal 1997), le isole Eolie (dal 2000) Siracusa e Pantalica (dal 2005).

Questa profluvie di riconoscimenti, però, ha modificato in noi siciliani la considerazione che dovremmo avere per tutta questa ricchezza; ha, in qualche modo, influito sulla loro appropriata valorizzazione turistica? Senza voler essere criticoni a tutti i costi, non ci sembra.

A Catania è stata distrutta anche l’unica targa, nei pressi di piazza Duomo, che informava del riconoscimento ottenuto e, a nostra memoria, nessun Ente pubblico, in questi undici anni, ha mai avviato una seria politica di progettazione e di promozione dell’immagine della città, come strumento per ricavare tutti i possibili vantaggi che potrebbero derivare dai riconoscimenti ottenuti.

Esiste anche una Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale UNESCO che ha come scopo “la programmazione, il coordinamento e la realizzazione di attività dirette alla protezione e alla valorizzazione del patrimonio culturale e naturale rappresentato dai beni UNESCO”, ma, fra i comuni siciliani, risultano farne parte solo quelli di Lipari, Noto, Piazza Armerina, Palazzolo Acreide, Sortino e Siracusa.

Il Comune e la Provincia di Catania si sono guardati bene dall’aderirvi. Non ne hanno bisogno. Sono capacissimi di non fare niente di buono da soli, loro.

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