Ha destato sorpresa e meraviglia, nella prima allocuzione che papa Francesco – appena eletto – ha rivolto ad una euforica piazza San Pietro, l’affermazione secondo cui egli si concepiva innanzitutto vescovo di Roma. In effetti, non faceva altro che rifarsi alla concezione della chiesa che era stata una delle acquisizioni fondamentali del Vaticano II.

La quarta conversazione sulla storia del concilio che don Ruggieri sta proponendo al Crocifisso della Buona morte è partita proprio dalla domanda: cosa ha detto il concilio sulla chiesa?

Per tutto il primo millennio della sua esistenza infatti essa si era concepita come una chiesa plurale e policentrica che aveva visto progressivamente maturare la figura del vescovo, responsabile non solo della propria chiesa, ma anche di fronte alle altre chiese.

Esso, infatti, veniva scelto dalla propria chiesa ma consacrato dai vescovi delle chiese vicine, con i quali si riuniva periodicamente per celebrare dei sinodi dove venivano decise questioni riguardanti l’ortodossia e la comune disciplina, decisioni che venivano comunicate – mediante lettere – ai vescovi delle altre province.

A partire dall’XI secolo, soprattutto per limitare la pretesa dei sovrani laici di intervenire nelle nomine episcopali -la famosa ‘lotta per le investiture’-, i papi cercarono di portare sotto il loro controllo questa scelta, tendenza che fu ulteriormente consolidata con le decisioni del Concilio di Trento, convocato a seguito della divisione provocata dalla Riforma protestante. Più recentemente, il Codice di diritto canonico redatto nel 1917 riconoscerà unicamente al papa il diritto di nomina.

L’esito di questo secolare processo sarà un’esasperazione della dimensione istituzionale e giuridica della chiesa stessa e una struttura organizzativa di tipo monarchico e monolitico.

Questa visione rigida fu progressivamente messa in crisi lungo il Novecento, sia grazie ad una conoscenza più rigorosa delle fonti bibliche, sia grazie al sorgere e allo svilupparsi del movimento ecumenico e del movimento liturgico.

Fu soprattutto il monaco Odo Casel (1886-1948) a recuperare e diffondere l’idea secondo cui la chiesa ha innanzitutto una dimensione spirituale ed esperienziale poiché l’evento cristiano non è altro che una attualizzazione del mistero stesso di Dio che si è reso presente nella vita, morte e risurrezione di Gesù di Nazaret, attualizzazione che avviene ogni volta nella celebrazione dell’Eucaristia.

Le idee di Casel postulavano un rinnovamento delle celebrazioni sacre e si erano diffuse abbastanza rapidamente. La celebrazione liturgica non era più un appuntamento domenicale a cui partecipare per obbligo ma il momento centrale della identità cristiana.

Questa visione della chiesa ha una portata rivoluzionaria. Con essa, infatti, diventa chiaro che la chiesa esiste precisamente per rendere manifesto l’amore di Dio per tutti gli uomini e per tutte le donne e che la sua identità non può risolversi nella dimensione giuridica, societaria e amministrativa.

Deriva da ciò la fine del centralismo ecclesiastico e la riaffermazione della soggettività delle singole chiese radunate nella celebrazione liturgica attorno al loro vescovo. Le singole chiese tornano a non essere più una provincia della chiesa “romana” e i vescovi non sono più da considerare alla stregua di ‘prefetti’ rappresentanti di un potere centrale, ma coloro che presiedono alla vita di una chiesa che si alimenta all’eucaristia e ogni giorno si vede impegnata nell’annunzio e nella testimonianza del vangelo in una precisa porzione di territorio.

La formula della costituzione conciliare sulla chiesa Lumen Gentium, ripresa poi dal Codice di diritto canonico, recita infatti: “I vescovi singoli sono il principio visibile di unità nelle loro chiese particolari, formate ad immagine della chiesa universale, e in esse e da esse è costituita l’una e l’unica chiesa cattolica”.

Roger Tillard, teologo francese recentemente scomparso, ha mirabilmente sintetizzato questa recuperata concezione della chiesa con l’espressione “una chiesa di chiese”.

La seconda questione riguarda la natura stessa della figura del vescovo: si tratta di un semplice prete che riceve dal papa una sorta di delega a presiedere e governare una diocesi oppure egli riceve i suoi poteri in forza della stessa consacrazione episcopale, spettando al papa solo la determinazione dell’ambito in cui questi poteri possano essere esercitati?

E ancora, questa consacrazione lo fa diventare contestualmente membro dell’intero collegio episcopale, che ha responsabilità di governo nei confronti della chiesa universale? E quale è il rapporto fra il papa e questo collegio?

Vi era, in Concilio, una minoranza attestata sulla difesa di un’immagine di chiesa centralizzata sotto il governo monarchico del papa, e una maggioranza che si batteva per la restaurazione un una concezione dell’episcopato più conforme all’antica tradizione della chiesa.

Furono gli studi dello storico della chiesa G. Alberigo a fornire un contributo decisivo a favore della tesi della maggioranza. Egli aveva dimostrato che persino la teologia romana, da sempre schierata a difesa delle prerogative del papa, aveva sempre conservato la concezione tradizionale per cui la consacrazione episcopale è un vero sacramento con cui il nuovo vescovo entra a far parte del “collegio episcopale”, con lo scopo di amministrare i sacramenti e governare non solo la propria chiesa, ma in accordo con gli altri vescovi e col papa, anche la chiesa universale.

Poiché però in seno alla Commissione che doveva redigere il testo finale prevaleva un atteggiamento preoccupato di difendere il primato del papa, si decise di effettuare una votazione preliminare sui punti dottrinali più controversi.

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L’esito della votazione fu nettamente favorevole alle posizioni della maggioranza ma, al momento dell’approvazione finale della costituzione sulla chiesa, Paolo VI volle che essa fosse preceduta da una “Nota esplicativa preliminare” al capitolo sulla collegialità episcopale che la interpretava in senso restrittivo. Veniva precisato, in particolare, che spetta al papa la scelta tra la modalità di governo “personale” e quella “collegiale” e che il collegio non poteva compiere i propri atti senza la partecipazione o almeno l’approvazione del papa.

E’ difficile definire la natura giuridica di questa ‘nota’ in quanto essa non è stata mai approvata dall’assemblea, pur restando ‘allegata’ ai testi conciliari. Resta il fatto che il riconoscimento della collegialità episcopale non è mai diventato effettivo: il cosiddetto ‘sinodo dei vescovi’ voluto nell’immediato post-concilio dallo stesso Paolo VI, che dovrebbe essere l’espressione della collegialità riconosciuta dal concilio, è stato concepito come un semplice organo consultivo, senza competenze effettive, nemmeno quella di stabilire il proprio ordine del giorno.

Il Vaticano II infine, sulla spinta della forte sensibilità ecumenica che Giovanni XXIII aveva maturato soprattutto nel corso della sua permanenza in Oriente, ha avviato anche un generale ripensamento sulle divisioni che, nel corso dei secoli, avevano frantumato l’unità originaria della chiesa.

Per questo lo stesso Roncalli aveva creato il “Segretariato per l’unità dei cristiani”, che ha avuto un ruolo determinante in molte fasi del concilio stesso, e aveva fortemente voluto la presenza come osservatori in concilio di rappresentanti delle chiese separate.

La tensione verso l’unità delle chiese, dopo gli entusiasmi dei decenni immediatamente a ridosso del concilio, ha dovuto registrare però, nell’ultima parte del Novecento, una sostanziale battuta di arresto che oggi tende a trasformarsi in delusione, se non proprio in scetticismo.

In conclusione, non si tratta di sognare una restaurazione ‘archeologica’ della situazione ecclesiale del primo millennio, dato che le condizioni sono profondamente mutate. E’ certo tuttavia che il concilio ha rimesso in moto una logica della comunione tra chiese sorelle che inevitabilmente dovrà inventare forme concrete e adeguate alla nuova situazione storica.

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