Un minuto di silenzio in memoria di Giovanni Falcone, della moglie e dei tre uomini della scorta, a 21 anni dalla strage. Lo chiede il presidente della ANM di Catania, Pasquale Pacifico, all’assemblea riunita nella biblioteca della Corte d’Apello, prima di dare la parola ai relatori dell’incontro “Il ruolo dell’informazione nella lotta alla criminalità organizzata”, pensato per ricordare le vittime di Capaci con uno sguardo rivolto non solo al passato ma attento a cogliere i segni e i problemi del presente.

Tre sono le domande fondamentali che il moderatore ha posto ai suoi ospiti, Guglielmo Troina (Rai), Antonio Roccuzzo (la 7) e Maria Rosaria Capocchione (giornalista del Mattino di Napoli, recentemente eletta al Senato e quindi prestata -come essa stessa sottolinea- non alla politica, ma al Parlamento):

  1. se l’informazione possa considerarsi il ‘cane da guardia‘ della democrazia o sia divenuta piuttosto il ‘cane da compagnia’ dei poteri forti
  2. se si possa parlare oggi, in Italia, di pluralismo dell’informazione
  3. quanto possa ritenersi libera una informazione in cui quotidianamente i giornalisti sono oggetto di minacce e intimidazioni

Molte le concordanze tra gli interventi di Troina e Roccuzzo, formatisi entrambi -fatte salve le differenze- a Catania, una città dominata da un monopolio dell’informazione evidenziato più volte nei loro interventi.

Troina ha parlato di ‘monocultura giornalistica’ e ha ricordato che fu inizialmente il Diario (’78-’80) e poi soprattutto il Giornale del Sud (’80-’82), diretto da Pippo Fava, a rompere questo monopolio. Successivamente nacque il fenomeno delle cosiddette Tv libere. “Libere da cosa? -si è chiesto- forse è più corretto definirle soltanto private”. Di Fava ricorda la grande facilità di scrittura, la vis polemica e il gruppo di giovani che seppe riunire attorno a sé.

Tra questi c’era Roccuzzo che esordisce con una citazione di Thomas Mann: “La vera libertà di stampa sta nel dire alla gente quello che la gente non vuole sentirsi dire”, mentre in questa città, è avvenuto esattamente il contrario e i catanesi hanno potuto “autorappresentarsi come essi desideravano”. Anche con i silenzi, “La stampa, che è un ‘potere’ di controllo, non deve tacere e invece qui ha taciuto a lungo”.

“Fino alla fine degli anni settanta, sul quotidiano locale non si parlava di mafia, nonostante le centinaia di morti ammazzati, né dei crimini dei colletti bianchi” sono parole di Troina che rivendica di essere stato il primo a fare il nome di Santapaola come indagato, citando il primo rapporto della questura che lo riguardava, quando ancora Santapaola era accettato dal circuito ufficiale della città e il prefetto assisteva alla inaugurazione della sua concessionaria Renault, ‘Pam Car’.

Roccuzzo cita invece il ‘coccodrillo’ pubblicato per la morte di Ercolano, elogiato come imprenditore, con toni “inaccettabili per una comunità che ha bisogno di informazione e non di menzogne”.

Altro tema toccato da tutti relatori è stato quello del rapporto dei giornalisti con le loro ‘fonti’, un argomento delicato, a maggior ragione se trattato all’interno di un tribunale, essendo spesso queste fonti proprio i magistrati. Da tutti è stata auspicata la correttezza nel reciproco rispetto dei ruoli.

Giornalismo e magistratuta, d’altra parte, pur con interessi diversi e talora contrastanti, tutelano diritti costituzionalmente garantiti -ha ribadito il moderatore Pacifico- quello al segreto istruttorio da un parte e all’informazione dall’altra.

Non è necessario che i magistrati ‘passino’ informazioni ai cronisti, possono orientarli a continuare o meno su una certa pista “senza mai oltreassare la barriera del segreto, come faceva Falcone anche con me” ha ricordato Roccuzzo.

I toni più duri sul rapporto tra giornalisti e magistrati li usa Capacchione, che -essendo estranea alle vicende catanesi- ha parlato soprattutto della propria esperienza napoletana.

“Le maggiori difficoltà di cui ho memoria riguardano casi in cui ho dovuto scrivere di comportamenti non ortodossi di magistrati. E dai magistrati mi sono arrivate anche le richieste più esose di risarcimenti” afferma.

La notorietà, così come le minacce, le sono venute da articoli su affari della camorra (su cui ha pubblicato anche un libro, L’oro della camorra), scritti con la consapevolezza di rischiare ma anche con la convinzione che fosse giusto documentare quello che realmente era accaduto, assumendosi le proprie responsabilità.

Le stesse che, dice, dovrebbero assumersi i magistrati che, quando decidono la compensazione delle spese (molto onerose) nei casi in cui il giornalista querelato ha ragione, devono essere consapevoli di arrecare un grave danno al giornale che, se piccolo, può essere costretto a chiudere.

Comunque è bene, conclude Capacchione che giornalisti e magistrati restino ognuno nel proprio ruolo, perchè una commistione troppo stretta non fa bene né ai magistrati né ai giornalisti né ai cittadini.

Le querele non sono l’unico rischio che corrono i giornalisti. L’osservatorio sull’informazione descrive una situazione pesante con minacce e intimidazioni che di frequente colpiscono soprattutto i cronisti più giovani, i più vulnerabili, spesso precari che non hanno alle spalle una grossa realtà editoriale che possa tutelarli e farsi carico della loro difesa. Talora si tratta di pubblicisti per i quali non è prevista la possibilità di appellarsi al segreto professionale.

E’ un tema su cui si è soffermato soprattutto Troina, ottenendo la solidale presa di posizione di Pacifico che ha espresso l’auspicio di una modifica delle norme che attualmente regolano la questione.

Dove va adesso l’informazione? Troina sottolinea il ruolo che svolgono oggi i blog e i giornali on line, che -insieme ai network come Twitter- facilitano la circolazione delle notizie rendendo quasi impossibile che vengano bloccate e controllate. Una funzione importante in un momento in cui sono poche le risorse che l’editoria può mettere in campo per le inchieste.

La libertà e il pluralismo dell’informazione sono, a parere di Roccuzzo, minacciati soprattutto dall’assenza di un vero mercato concorrenziale. Berlusconi a livello nazionale e altri a livello locale (il nome, non pronunciato, è chiaro per tutti) detengono un monopolio che li mette al di sopra delle regole e che permette loro di raccogliere la maggior parte dei proventi della pubblicità. Come può accadere che Mediaset perda ascolti e abbia crescenti introiti pubblicitari? si chiede. E forse non pensa solo al caso nazionale.

Se oggi sta morendo il giornalismo d’inchiesta, continua Roccuzzo, una delle cause è proprio l’assenza della concorrenza. Un’altra è l’autocensura. “Adesso però ci sono i siti e i ragazzi. E’ poca cosa ma qualcosa è”.

Ecco il link per ascoltare l’audio del convegno

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