Che le connessioni tra criminalità, politica e mondo degli affari hanno origini lontane, risalenti addirittura all’800, ce lo spiega un recente testo sul brigantaggio siciliano in cui si esamina la confessione del brigante Angelo Pugliese, resa -a più riprese- nel carcere di Palermo, dal 10 aprile 1866 all’ottobre 1867.

Il libro si intitola appunto “La confessione d’un brigante” ed è stato pubblicato da XL Edizioni per la collana ‘Cose nostre’. L’autore è Rosario Mangiameli, ordinario di storia contemporanea alla facoltà di Scienze politiche dell’ Università di Catania.

Prima di entrar nel vivo della confessione del Pugliese, estratta dagli Atti del processo (pubblicati allora da Antonino Aiello) e nota come “la grande propalazione“, l’autore affronta i temi dei “reticoli criminali nella costruzione dello Stato unitario” e del rapporto delle bande brigantesche con i proprietari terrieri, iniziato con l’abigeato, che interessò anche i padroni delle zolfare, cui necessitavano bestie da soma per trasportare i minerali fino al porto d’imbarco.

Vengono fatti anche i nomi di alcuni notabili dell’epoca, tra cui i Nicolosi e l’abate Rotolo e viene evidenziato l’uso politico del brigantaggio, sia nella lotta per il potere locale sia nel controllo delle risorse economiche.

Nella sua confessione, il brigante Pugliese racconta che quando fu condannato all’ergastolo, nel 1856, in seguito a omicidi, sequestri e altri misfatti, nel penitenziario dell’isola Santo Stefano si trovò insieme a condannati politici, tra cui Silvio Spaventa e Luigi Settembrini.

Questi uomini illustri gli insegnarono a leggere e lo istruirono, il che gli servì a non sottomettersi a lavori umili, nel corso della sua lunga latitanza, iniziata con l’evasione dal carcere di Castellamare nel 1861: insegnò a leggere e scrivere ai villanelli e divenne ragioniere-factotum in alcune fattorie.

Unitosi ad altri latitanti, per sfuggire alle forze dell’ordine, organizzò una banda che agì dal 1863 al 1865, anno in cui fu arrestato ed in seguito processato. Rimase sempre orgoglioso però del suo ingegno e della sua istruzione, grazie ai quali si era procurato tanti amici.

Durante il dibattimento processuale, il Pugliese fece diverse ritrattazioni, che scagionarono esponenti della classe dirigente della provincia palermitana e di quell’èlite che un tempo era stata punto di riferimento della banda.

L’accusa di associazione a delinquere coinvolse quindi solo i partecipanti alle imprese brigantesche e questo contribuì a far prevaler la tesi che il brigantaggio fosse un fenomeno isolato rispetto alla società del periodo.

A parere dell’autore, la confessione del Pugliese resta comunque una fonte interessante per la conoscenza del brigantaggio e della mafia, anche perchè rende possibile un confronto con la documentazione poliziesca e giudiziaria.

Gli Atti di quel processo ci dimostrano -nel caso ce ne fossimo dimenticati- che il ciclo gattopardesco in Sicilia non si è mai chiuso, anzi si è esteso all’Italia intera, perchè non è solo a fine Ottocento che ” nell’alta mafia” si ritrovano nomi di personaggi illustri e non si è ancora estinta quella mafia fatta di intrecci tra “malaffare, attitudine politica e imprenditoriale”.

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