Un amico a quattro zampe, un cane o un gatto su cui riversare e da cui ricevere affetto e attenzione. Ce lo abbiamo in molti e ben sappiamo quanto, questo ‘compagno di vita’, sia ricco di intelligenza e sensibilità.

Ma non è così per tutti noi e non è così che consideriamo tutti gli animali. Una nostra amica, interessata ad approfondire la ragioni storiche e filosofiche che hanno cambiato nel tempo il rapporto tra uomo e animale, ci fa oggi partecipi degli stimoli ricevuti dalla lettura di due interessanti articoli sull’argomento.

Ivan Karamazov, che vuole provocare il giovane Alëša enumerando le nefandezze dell’uomo creato a immagine di Dio, ricorda il poema di Nikolaj Nekrasov: la cavallina dagli occhi miti frustata a morte da un mužik.

Questa “crudeltà”, questo accecamento rabbioso contro un essere indifeso certo non era (e non è) raro, però nella sua forma psicopatica (intenzionale, sadica e, soprattutto, immotivata) non sarà comunque stata la norma, nella Russia zarista come in mille altre parti del mondo, poiché nel mondo contadino vigeva (fu vigente fin dalla domesticazione) un “antico contratto” tra gli umani e le bestie, un patto che legava i due contraenti ad un comune destino, facendo dipendere dall’uno il benessere dell’altro, reciprocamente. Come dice la Bibbia, l’uomo saggio ha cura dei propri animali.

Bernard E. Rollin, autore dei due stimolanti articoli che presento in traduzione, individua il momento della rottura di questo “antico contratto” nella seconda metà del XX secolo. Per quell’epoca non sarà più per ira o crudeltà intenzionale, sadica e immotivata che il moderno mužik renderà miserabile la vita della sua bestia, ma per un preciso calcolo produttivo: grazie alle nuove tecnologie che sovvertono l’ordine naturale le bestie potranno produrre e riprodursi a ritmi accelerati, senza nessun riguardo per ciò che per esse è bene o persino appena tollerabile.

Nasce così l’allevamento industriale, strumento produttivo di profitto per i produttori, di merci per i consumatori e di tortura per gli animali. Contemporaneamente appare sulla scena un’altra grande fabbrica di dolore: i laboratori scientifici che procedono nei loro esperimenti utilizzando senza remora alcuna gli animali.

Ma come è stato possibile arrivare a questo? In “Animal Mind” Rollin sostiene che un peso determinante nel diffondersi di pratiche così profondamente immorali lo ha avuto la negazione della mente e della coscienza negli animali, spinta così a fondo nelle sue conseguenze fino persino a negare che gli animali possano “sentire dolore”.

Cosa ancora più straordinaria – che ci illumina sulle “ragioni” della scienza – è, sottolinea l’autore, la rottura della tradizione dell’empirismo e della continuità evolutiva darwiniana: a differenza degli scienziati del XX secolo, gli empiristi classici – John Locke, David Hume, Jeremy Bentham, John Stuart Mill, e, naturalmente, Charles Darwin e George John Romanes – mai dubitarono della attività mentale degli animali.

Sviluppando questo punto Rollin costruisce un interessante argomento volto a sfidare le motivazioni “scientifiche” che la scienza, essa stessa, adduce per spiegare i mutamenti nel suo seno, indicando al contrario già nella Rivoluzione Scientifica quelle ragioni di “valore” che permisero allora e continuano a permettere che quello che ieri era vero oggi sia falso, e viceversa.

In “Reasonable Partiality and Animal Ethics”, il secondo (ma cronologicamente anteriore) articolo che qui presento, Rollin polemizza con i filosofi morali che ancora dubitano della irrinunciabile necessità che le loro teorie abbiano una ricaduta nel mondo reale, per soluzionarne i problemi etici. Una polemica costruttiva, che propone alcune riflessioni che aiutino la costruzione di un mondo migliore, per gli animali umani e per i non umani.

Come già altri autori (penso a Stephan Clark e Jonh Benson – che però l’autore non cita) e in esplicita polemica con gli ormai classici lavori di Singer e Regan, (“di grande valore in termini di principi”, ma che “raramente forniscono indicazioni di soluzioni nel mondo concreto”), Rollin considera prioritario l’ambito, concreto ed esistenziale, della relazione. È da esso che bisogna partire, aprendo una breccia nella inimicizia o comunque indifferenza che l’umanità (grazie soprattutto, come abbiamo visto, agli insegnamenti di certo pensiero scientifico) ha concepito nei confronti degli esseri viventi non umani.

Oggi – per ragioni sociologiche, che l’autore enuclea – il rapporto con alcuni non umani particolari (gli animali da compagnia) è divenuto significativo, collocandosi in non pochi casi alla stessa stregua delle relazioni umane più strette e coinvolgenti.

Anche essi dunque, questi animali amici – a cui gli amici umani riconoscono “mente” e “coscienza” – possono diventare l’oggetto di una “parzialità ragionevole”, secondo la quale, seguendo Aristotele, l’etica riconosce il diritto di difendere e proteggere, per primi e soprattutto, gli esseri a noi più vicini.

Nella battaglia quindi dell’etica animalista e applicando quella che l’autore chiama psicologia morale, bisogna puntare su questo legame speciale, sul sentimento di ‘filia‘ che può esistere tra un umano e quell’animale, affinché lentamente e tendenzialmente questa esperienza possa diventare paradigmatica di una relazione interamente etica con tutti gli altri animali.

Puoi leggere e scaricare a questi link  gli articoli tradotti

Bernard E. Rollin, Animal Mind*: Science, Philosophy, and Ethics, The Journal of Ethics, Vol. 11, No. 3 (September, 2007), pp. 253-274

Bernard E. Rollin, “Reasonable Partiality and Animal Ethics”, in Ethical Theory and Moral Practice, Vol. 8, No. 1/2, April 2005. (Papers Presented at a Conference on Reasonable Partiality, (Amsterdam, October 2003)

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2 Responses to “Quell’amore tra uomo e animale”

  1. Quando ci impegneremo TUTTI in una battaglia contro gli ignobili allevamenti industriali? Quando dichiareremo di preferire di gran lunga pagare di più per prodotti di un allevamento rispettoso dei diritti degli animali? È legge di natura la catena alimentare che comprende animali carnivori (tra cui gli umani), ma sono del tutto innaturali gli orribili lager in cui accettiamo che esseri viventi siano torturati in vita come al momento della morte. Penso che l’eliminazione totale degli allevamenti non sia un bene per gli animali che, con l’agricoltura e la cementificazione del suolo, hanno perso gli ambienti naturali e resterebbero abbandonati a se stessi. Voglio però un nuovo patto col resto del mondo animale: una vita decente in piena terra ed una morte rapida ed indolore per gli animali destinati all’alimentazione umana. Che comunque dovrebbe ridursi nelle quantità di derivati, con effetti positivi sulla salute. La minore e selezionata domanda porterebbe in breve tempo alla riduzione e poi alla chiusura degli allevamenti industriali, con effetti positivi anche sull’ambiente

  2. Ringrazio gli amici di Argo Catania per avere aperto uno spazio al dibattito fondamentale sulle tematiche animaliste.

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