E adesso aboliamo l’articolo 35 del Decreto Sviluppo, definito anche ‘sanatoria petrolifera’. Lo chiedono le associazioni ambientaliste, WWF e Legambiente, e tutti i cittadini che hanno a cuore la difesa delle coste dalla minaccia rappresentata dalle trivellazioni petrolifere, nell’Adriatico, nello Jonio e nel mare di Sicilia.

Varie le petizioni che circolano sul web, quella di Avaaz  che si concentra soprattutto sulla piattaforma di Ombrina Mare in Abruzzo, quella del WWF (Il petrolio mi sta stretto)con la richiesta di istituire un’area protetta a Pantelleria, ripresa da Change.org, per non parlare di quella lanciata l’anno scorso da Greenpeace (U mari non si spurtusa).

Non rimane indietro Legambiente con il suo dossier, presentato il 17 luglio a Pozzallo. Per un pugno di taniche, quelle per le quali stiamo svendendo la bellezza, la ricchezza e la sicurezza del nostro mare.

E di svendita proprio si tratta visto che l’articolo incriminato, “disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi”, è stato scritto tenendo presente solo l’aspetto economico, senza nessuna attenzione alle conseguenze disastrose delle trivellazioni soprattutto in zone ricche di (bellezza e di biodiversità).

L’articolo 35, primo comma, fa parte del decreto legge 22 giugno 2012 n. 83, il cosiddetto ‘Decreto Sviluppo’, “misure urgenti per la crescita del Paese”, convertito con legge 7 agosto 2012 n. 134.

Interessato soprattutto ai conti dello Stato e portatore di una visione ultra liberista dell’economia, il governo Monti ha realizzato, con questo decreto e con la successiva legge di conversione, un sostanziale passo indietro rispetto alle norme introdotte dalla cosiddetta legge Prestigiacomo (d.lgs. 128/2010), scritta sull’onda del disastro del Golfo del Messico.

Dopo l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon della British Petroleum, avvenuta il 20 aprile 2010, Prestigiacomo aveva, infatti, vietato le attività petrolifere nelle aree marine e costiere protette, entro le 12 miglia marine dalla costa per il tratto di mare antistante dette aree, ed entro le 5 miglia marine lungo tutta la Penisola.

Il ‘Decreto Sviluppo’ mantiene il divieto per il futuro ma riporta in vita i procedimenti che erano stati seppelliti da Prestigiacomo, come leggiamo nell’intervista al professore Enzo Di Salvatore sul blog di Pietro Dommarco :

“Oggi, infatti, da un lato il limite delle 5 miglia marine è stato portato a 12 e riguarderà non solo il petrolio, ma anche il gas. Dall’altro, invece, il divieto di cercare ed estrarre idrocarburi non interesserà quei procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del ‘Decreto Prestigiacomo’, che potranno riprendere indisturbati il proprio iter. Una disciplina che contiene in sé una evidente contraddizione, giacché se è stata recata per ragioni di tutela ambientale, allora qualcuno dovrebbe spiegarci come mai tale esigenza sussista solo per il futuro e non anche per il passato.”

Di più. Nella relazione governativa “si chiarisce che, nell’ambito dei titoli già rilasciati possono essere svolte, oltre alle attività di esercizio, tutte le altre attività di ricerca, sviluppo e coltivazione di giacimenti già noti o ancora da accertare, consentendo di valorizzare nel migliore dei modi tutte le risorse presenti nell’ambito dei titoli stessi”.

Chi dunque possedeva una licenza di esplorazione e/o di trivellazione precedente al maggio 2010, potrà ora non solo riprendere tranquillamente la sua attività ma addirittura svolgerne di nuove, come parte di un progetto già esistente.

Il motivo? Il governo Monti voleva:

  1. evitare richieste di risarcimento, da parte delle compagnie petrolifere, per investimenti già effettuati
  2. sbloccare (come leggiamo ancora nella relazione che accompagnava il decreto) “4,5 miliardi di investimenti in 8 progetti di sviluppo di giacimenti già individuati e perforati ma non ancora messi in produzione, altrimenti destinati a restare improduttivi con oneri a carico dello Stato”

Sul primo punto però bastava tenere distinte le autorizzazioni già rilasciate dai procedimenti autorizzatori in corso, come aveva già fatto Prestigiacomo. L’imprenditore che avesse investito, a suo rischio, grosse somme senza avere ancora alcun titolo minerario per estrarre petrolio, non avrebbe alcun diritto di chiedere il risarcimento.

Quanto al secondo punto, come scrive Gianfranco Amendola su IndustrieAmbiente.it, il governo dei professori “ha ritenuto che lo “sviluppo” del paese, basato su combustibili fossili, debba prevalere rispetto alle esigenze di tutela ambientale, senza neppure porsi il problema che forse ormai non ha più senso continuare a privilegiare un tipo di sviluppo di cui ogni giorno di più vediamo i limiti ed i danni. Insomma, è la tutela ambientale che deve essere ‘sostenibile’ rispetto all’economia e non viceversa”.

E Amendola evidenzia i passaggi (e i progressivi peggioramenti) da una legge all’altra mettendo a confronto i testi in una tabella chiarificatrice, contenuta nelle prime pagine del suo intervento.

La cosa più pericolosa è creare il mito che l’Italia possa raggiungere l’indipendenza energetica, una prospettiva irrealistica in nome della quale stiamo compromettendo un bene reale e a portata di mano, la bellezza e la ricchezza del nostro ambiente naturale.

Secondo le ultime stime del ministero dello sviluppo economico, infatti, nei mari italiani, sono conservati, come riserve certe, circa 10 milioni di tonnellate di petrolio, una quantità che basterebbe, stando ai consumi attuali, per appena due mesi.

Ecco perchè incrementare l’estrazione di idrocarburi dal mare e dal territorio italiani, così come prevede la Strategia energetica nazionale, approvata nel marzo 2013 dai ministri Passera e Clini, è una scelta assolutamente insensata.

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