Esercita un grande fascino lo spettacolo delle eruzioni dell’Etna, soprattutto in alta quota e lontano dai centri abitati. Ma il Mongibello non è solo una particolarissima meta turistica e non sempre è così pacioso come sembra.

In epoca moderna, certamente la più conosciuta delle eruzioni è quella del 1669 che, partita dalle bocche dei Monti Rossi, subito sopra l’abitato di Nicolosi, ha colpito non solo campagne e coltivazioni, ma anche interi paesi (Monpileri, Malpasso/Belpasso, Camporotondo, S. Pietro Clarenza, Mascalucia, Gravina Misterbianco, S. Giovanni Galermo) e, dopo aver percorso bel 17 chilometri, è arrivata fino al mare, nella periferia occidentale di Catania, spostando in avanti di diverse centinaia di metri la stessa riva.

Finora essa è stata studiata attraverso i trattati scientifici che la nascente vulcanologia ha cominciato a produrre quasi subito dopo i fatti ma, il volume curato da Raffaele Azzaro e Viviana Castelli, L’eruzione etnea del 1669 nelle relazioni giornalistiche contemporanee, edito da Le nove muse editrice, come esito di una ricerca finanziata dall’Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia, modifica in qualche modo il quadro.

Il volume infatti recupera e trascrive un gruppo di inedite testimonianze di varia natura, scritte mentre la lava scorreva. Si tratta, dunque, di osservazioni e descrizioni in presa diretta di diverse fasi, soprattutto iniziali, dell’eruzione: fonti privilegiate da cui gli studiosi del tempo, invertendo il rapporto che più spesso si instaura, attingeranno successivamente per compilare i loro trattati, che finora sono stati considerati appunto le fonti primarie per ricostruire la storia di quella eruzione.

Un’altra specificità di questo studio sta nel fatto che, “una analisi incrociata dei luoghi di stampa e dei contenuti delle relazioni ha permesso di ricostruire i rapporti di filiazione esistenti” fra i diversi testi, permettendo in tal modo di individuare dieci gruppi di testi, che i curatori chiamano ‘famiglie’.

Da molti di questi testi se ne generano altri che, forse per la rima volta, portano l’Etna all’attenzione dell’opinione pubblica europea e, almeno in un caso, anche americana, e sono testimonianza della fase nascente e di primo sviluppo della stampa di informazione che cominciava a rivolgersi anche ad un pubblico di non specialisti.

Essi, però, non ci raccontano solo la cronaca degli avvenimenti ma soprattutto i diversi “modi con cui una società reagisce ad un avvenimento pauroso e distruttivo” (p. III)

Si tratta di testi redatti con diverse tipologie di scrittura -lettere, relazioni giornalistiche e diplomatiche, relazioni ufficiali- ma tutti utilizzano un linguaggio narrativo che riesce a rappresentare quasi visivamente la varia umanità che si snoda ai fianchi della colata.

Ciò è particolarmente interessante per lo storico perché gli consente di mettere a confronto punti di vista diversi , anche perché diversi sono gli interlocutori a cui sono indirizzati e diverse le finalità per cui sono stati redatti.

Centrale è in quasi tutti i testi la lettura religiosa, più che scientifica, dell’avvenimento, attraverso cui l’uomo impara a misurare il proprio limite di fronte alla potenza grandiosa e incontrollabile delle forze della natura.

Il fatto, in altri termini, è visto come espressione della collera divina a cui bisogna rispondere con comportamenti devozionali e penitenziali, che spesso d’altronde possono assumere parvenze magiche e superstiziose.

Al centro della scena, soprattutto dei testi scritti da persone del luogo, è la figura di s. Agata e le sue reliquie, il braccio, il velo, la mammella. Ad essa infatti, per essere stata martirizzata anche col fuoco, sono attribuiti particolari capacità taumaturgiche nei confronti delle eruzioni vulcaniche.

Non meno importanti sono le testimonianze dei tanti gesti di solidarietà e di concreto aiuto portato alle popolazioni colpite, come ad esempio quelle messe in atto dalla città di Messina.

Con minore evidenza, ma non senza nostra sorpresa, alcuni di questi testi ci informano anche di diversi tentativi che sono messi in opera per cercare di deviare o comunque rallentare il corso della lava o, per lo meno, per cercare di proteggere alcuni edifici, come ad esempio fu fatto erigendo terrapieni e muri a secco, a protezione del monastero benedettino di San Nicolò l’Arena.

Pur nella difficoltà delle loro lettura, trattandosi di una lingua italiana ormai desueta, restano dei testi che ancora oggi sono capaci di catturare la nostra attenzione e il nostro interesse, ma che soprattutto ci aiutano a percepire meno poeticamente quello che gli scienziati di oggi chiamano rischio vulcanico.

Alcune slide estratte dalla presentazione degli autori sul circuito delle ‘gazzette’

e sull’eruzione

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