Due grandi manifestazioni (decine di migliaia i partecipanti) si sono svolte il 18 e 19 ottobre a Roma: uno sciopero generale, indetto dai sindacati di base (Cobas e USB) e un corteo organizzato da varie realtà politiche e sociali che si muovono per il diritto all’abitare, cioè per difendere e richiedere casa e diritti per tutti.

Quest’ultimo è stato indicato dai media come la manifestazione dei No Tav. Un errore voluto proprio per evocare, in lettori distratti e poco informati, possibili atti di sabotaggio. Visto che non tutti sanno che in Val Susa è un’intera valle, e non pochi disperati estremisti, che si oppone alla devastazione ambientale prodotta da un progetto, quello dell’alta velocità, inutile e pericoloso per la vita e la salute degli abitanti.

Lo sciopero di Cobas e USB ha avuto una buona, e sostanzialmente corretta, copertura dei mezzi televisivi, mentre è passata, di fatto, sotto silenzio all’interno della carta stampata.

Il corteo è stata “raccontato”, con grande risalto, da tutti i media. Peccato che i mezzi di informazione abbiano letteralmente inventato ciò che è accaduto il 19.

Qualcuno della redazione di Argo era a Roma per manifestare, così come era presente a Niscemi quando buona parte di un corteo era pacificamente penetrata all’interno della base navale USA (quella del Muos). Come a Niscemi furono inventati scontri con le forze dell’ordine, così a Roma è stata descritta una guerriglia urbana che, semplicemente, non è mai avvenuta. Tanto che persino il ministro Alfano ha dovuto dare atto agli organizzatori della “correttezza” del corteo.

Su Il Fatto del 20 ottobre, che ha tuttavia anch’esso il suo ‘bollettino di guerra’, Simone Perrotti scrive: “Care redazioni dei giornali, così non va. Della manifestazione di ieri non ci abbiamo capito niente. A Roma non c’ero, ma ho visto i video non montati che ha realizzato il team della Gabanelli, in cui si constata che gli scontri di ieri a Roma sono stati generati da una ventina di incappucciati che, nei pressi del Ministero dell’economia, ha volutamente assediato, per meno di mezzora, un piccolo nucleo di agenti della Guardia di finanza. Qualche petardo, qualche fumogeno da stadio, qualche contatto, un cassonetto incendiato. Non molto altro. Certo, un episodio deprecabile, grave se vogliamo, come è grave sempre ogni atto di violenza”.

Un’accusa precisa: quella di aver parlato solo di un episodio marginale senza spiegare le ragioni di un corteo ampio e colorato. Poiché non è proprio possibile immaginare tutti i cronisti presenti ‘distratti’, non resta che prendere atto di una scelta sostanzialmente unanime.

In effetti, i giornali del 18 avevano (quasi) tutti previsto danni e devastazioni. Il Corriere della Sera titolava in prima pagina: Un furgone con armi e 5 black bloc espulsi. Paura per il corteo. Su l’Huffington Post  si poteva leggere “Ma lo scenario che si prefigura per la manifestazione di domani è già molto cupo. Livello di pericolo 8 su 10, secondo le previsioni degli analisti dell’intelligence che stanno fornendo dati e valutazioni alle forze di polizia. Assalti ai bancomat, agli esercizi commerciali, carrelli dei supermercati da usare come arieti per rompere i blocchi delle forze di polizia, macchine idropulitrici per spruzzare di vernice le visiere dei caschi degli agenti e bombe carta di varia potenza in arrivo da Napoli”.

Su L’Unità c’era scritto “Black bloc: allarme per il corteo di Roma”. Non era da meno Libero, “Il 19 ottobre vogliamo dare vita ad una sollevazione generale”, si poteva leggere in prima pagina, come se fossero dichiarazioni degli organizzatori.

Date queste premesse, non stupiscono i servizi giornalistici del 20 ottobre. Si accendono i riflettori su un episodio assolutamente marginale (quello descritto da Perrotti), che viene decontestualizzato perché possa rappresentare l’intera manifestazione.

Nessun giornale, tranne Il Manifesto (l’unico a parlare delle ragioni del corteo, a partire da un titolo appropriato “Invisibili”) proporrà una foto del corteo. Tutte le immagini utilizzate faranno riferimento a quell’unico episodio di pseudo-guerriglia.

Non saranno da meno i titoli delle prime pagine. Il Corriere della Sera: “Scontri paure disagi. La protesta blocca Roma”; Repubblica: “Sfilano gli antagonisti. I black bloc attaccano: guerriglia a Roma”; La Stampa: “Roma tensione e bombe carta al corteo degli antagonisti ma il piano sicurezza funziona. Decine di migliaia in piazza 15 fermi”, affiancato da: “Quindicenni senza sigle i nuovi incappucciati”; L’Unità: “Roma corteo rovinato dai violenti”; L’Avvenire: “Corteo antagonista. Guerriglia a Roma”; Il Messaggero: “Roma, giorno di guerriglia”; Libero: “Prove di rivolta sociale. Marcia su Roma. Immigrati, no global, sindacalisti, incappucciati e perditempo assediano i ministeri. Scontri con la polizia, vandalismi e arresti”. E, per una volta, Libero è assolutamente allineato agli altri quotidiani.

Scriveva, nel 1978, Leonardo Sciascia “Un tempo i giornali erano ‘letti’ prima che uscissero, letti interamente, in sede di controllo redazionale. Oggi si ha l’impressione che la prima lettura del pezzo giornalistico avvenga quando il giornale è già in edicola. La stessa etica professionale si è corrotta. Ho l’impressione che i giornalisti non siano più sui luoghi o, più precisamente, che, pur essendoci, è come se non ci fossero, tanto le loro opinioni preesistono ai fatti”.

Di fronte a un così radicale rovesciamento dei fatti, proviamo a ricordare per cosa si è manifestato il 20. “Vogliamo la fine dello sfruttamento sui luoghi di lavoro e la riduzione dei salari e dei continui ricatti a cui sono sottoposti giovani e adulti in merito alle chiusure di aziende. Chiediamo il diritto alla casa e la fine degli sgomberi, misure contro il caroaffitto, la fine dell’eccessiva tassazione dei ceti medio-bassi per far ripagare un debito da noi non creato, il blocco delle delocalizzazioni che stanno provocando fame e miseria nel nostro paese, il blocco delle risorse pubbliche alle scuole e università private”.

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