Sono quasi 25.000 i precari della Regione Sicilia, molti dei quali (18.497) con un contratto a tempo determinato a carico della Regione siciliana (spesa annua 300 milioni). Molti di essi hanno iniziato a lavorare senza aver superato un concorso pubblico e – spesso – grazie a modalità che tendevano ad aggirare il blocco delle assunzioni e/o la pubblica selezione. Si tratta di contrattisti a vario titolo, lavoratori socialmente utili, ex art. 28, di trentennale memoria, portaborse, ecc.

Non è un caso che la maggior di essi sia a Palermo; non è un caso che le assunzioni temporanee con queste modalità abbiano rappresentato un bacino elettorale facilmente manovrabile; non è un caso che nella Regione Piemonte i dipendenti a tempo determinato siano solo 400 (meno del 2% di quelli siciliani).

Chi non è giovane sa come le assunzioni negli anni 70-80 avvenissero spesso con il metodo della chiamata diretta che poi si trasformava in definitiva. Ed è noto ai catanesi come spesso dietro le chiamate dirette vi fossero influenze non solo politiche, ma anche della criminalità organizzata (come nel caso dell’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania).

Fu proprio per arginare fenomeni di questo tipo che venne promulgata in quegli anni una legge che definiva – per un posto vacante nella pubblica amministrazione – la possibilità di conferire un incarico di 8 mesi non rinnovabile sulla base dei titoli, a condizione che fosse stata contemporaneamente avviata la procedura concorsuale per la copertura di quel posto.

Nonostante questo, però, in tutti questi anni si è cercato, spesso riuscendoci, di aggirare la legge, grazie alle influenze politiche nell’espletamento dei concorsi, alla esternalizzazione dei servizi, alle assunzioni a progetto, ecc.

La scelta di esternalizzare i servizi (come quelli di manutenzione, pulizia e mensa) negli enti pubblici (ospedali, comuni, scuole) è stata motivata con la necessità di ridurre i costi e migliorare il servizio. In realtà questa scelta ha determinato spesso uno sfruttamento delle risorse umane che hanno preso il posto dei dipendenti pubblici, un arricchimento delle società che gestiscono questi servizi e un’offerta di servizi pessima.

Volendo fare un esempio: il servizio di pulizia di due piani di un ufficio pubblico a Catania (30 stanze, 6 bagni, 2 corridoi) deve essere espletato da una sola persona che riceve un compenso pari a 90 minuti di lavoro giornaliero. E’ ovvio che, con questi tempi risicati, potrà al massimo svuotare i cestini della carta e non potrà nemmeno lamentarsi perché perderebbe immediatamente il posto di lavoro. Ma ci chiediamo: quante ore di lavoro prevede il capitolato del bando di gara? Perché i controlli non vengono fatti? Forse perché comunque la società elargisce un corrispettivo, in termini economici e/o elettorali?

Altro esempio quello delle assunzioni per il Servizio 118 e per la formazione regionale nel periodo della presidenza Cuffaro. Assunzioni che hanno determinato un surplus di risorse umane difficilmente gestibile in termini economici. Tant’è che ausiliari del 118 sono stati inseriti in corsi di riqualificazione a carico delle finanze regionali, proprio perché non avevano alcun titolo per fare il barelliere (essendo qualcuno macellaio, qualcun altro fruttivendolo…). Ed è estremamente attuale la notizia dell’eccessivo numero di occupati negli Enti che si occupano di formazione regionale.

Posto che ogni cittadino ha diritto ad avere una occupazione stabile, stabilizzare personale assunto con metodi clientelari non può essere considerato un intervento utile alla collettività.

Vengono infatti danneggiati tutti coloro che avrebbero avuto più titoli per occupare questi posti – pubblici – dopo aver partecipato ad un pubblico concorso e che sono stati scavalcati dalla ‘scorciatoia’ di assunzioni fatte da (o per conto di) personaggi politici alla ricerca di consenso elettorale.

Ecco perchè ci lascia perplessi la posizione della Cisl che ha avviato una trattativa con gli organi nazionali e regionali per la stabilizzazione di tutti questi precari.

La motivazione di questa scelta sta nelle dichiarazioni di Gigi Caracausi, segretario regionale della Cisl Funzione Pubblica, secondo cui l’abnorme numero di dipendenti precari della Regione Siciliana è “tutta colpa di vent’anni di clientele politiche: il lavoratore precario vuol dire consenso elettorale, che si rinnova ad ogni elezione, ed è per questo che non sono mai stati stabilizzati. Ora alle urne è cambiato qualcosa, i precari non assicurano più voti, ed è per questo che la politica ha abbandonato venticinquemila siciliani, con le loro famiglie al seguito”.

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