Fino a pochi anni fa le migliori pasticcerie catanesi esponevano questo cartello, soprattutto nel periodo della festa di s. Giuseppe, ed era, forse, l’ultima traccia della leggenda sulla sofisticata tavola dei monaci di s. Nicolò che persisteva nell’immaginario collettivo.

Col ritrovamento e la pubblicazione di un documento risalente al 1858, Nino Leonardi, storico protagonista del recupero del Monastero dei Benedettini assieme a Giarrizzo e all’arch. De Carlo, ci mostra che non si trattava affatto di mitologie ma di una realtà ben consolidata.

Il documento riemerso fra le carte della Biblioteca Ursino Recupero è il contratto con cui l’allora abate Dusmet affidava a tale Pasquale Noto, di professione ristoratore, l’appalto per la fornitura dei pasti ai monaci e ai loro eventuali ospiti e lo si può gustosamente (è proprio il caso di dire) leggere nel volume A tavola con Dusmet. Un alberano per la vittitazione dei Benedettini di Catania, Editoriale Agorà.

E’ il classico caso, ben noto agli storici, di un documento che, nato per uno scopo particolare e definito, riletto dopo tanti anni, consente di fare un’incursione nella vita quotidiana di una comunità, in questo caso i 68 religiosi -fra monaci, novizi, educandi e conversi- che abitavano quello sterminato monastero che copriva una superficie di circa 100.000 metri quadri.

Che non si trattasse solo di maldicenze popolari, plasticamente riassunte dal modo di dire riportato da De Roberto, per cui i monaci conducevano “la vita di Michelasso, mangiare, bere e andare a spasso”, lo dicono innanzitutto i numeri.

Approfondendo la sua ricerca, infatti, Leonardi ha potuto quasi fare i conti in tasca ai monaci e calcolare che, ad esempio, nel 1859 il monastero spendeva per la sussistenza dei suoi ospiti la considerevole somma di circa 319.000 euro (pari a circa il 22% delle rendite di quell’anno), di cui 239.000 andavano al suddetto sig. Noto per le sue prelibate prestazioni.

Ma ancora più succulenta appare la lettura analitica del documento che descrive minuziosamente la quantità e la qualità delle portate che dovevano essere servite sia a pranzo che a cena.

Ora, se la cena, formata da due sole portate, appare piuttosto sobria -un primo di verdure ma seguito da un secondo di pesce- sono le norme contrattuali che regolano il pranzo a fare venire l’acquolina in bocca.

In questo caso le portate d’obbligo dovevano essere normalmente quattro, ma in alcune festività arrivavano a sei, e tutte di notevole consistenza, anche nei giorni o nei periodi di digiuno e penitenza. Per non dire che in occasioni di visite particolarmente prestigiose, come quella del granduca Costantino di Russia, sono documentati pranzi con oltre 15 portate.

Con una ragionieristica precisione, infatti, il contratto elenca tutte le possibili varianti che potevano essere servite per ciascuna portata, le relative quantità e il modo con cui dovevano essere cucinate.

Senza contare gli immancabili antipasti, castigatamente chiamati ‘piattini’, il primo piatto (di pasta, riso, verdure o legumi) prevedeva ordinariamente sei varianti; il secondo (di carne o di pesce) prescriveva 7 possibili variazioni, la più prelibata delle quali era il falso magro; il terzo, costituito da fritture e rusticherie, contemplava ben 15 diversificazioni, fra cui non potevano mancare gli arancini; col quarto, il dessert salato o dolce, si arriva addirittura a 24 possibilità, fra cui appunto le famose crispelle di riso col miele.

Insomma, i bravi monaci non si facevano mancare nulla e anche a ricercatezza gastronomica, come chiosa l’esperto di cucina Carmelo Chiaramonte nella nota finale, i monaci non sembrano gli ultimi arrivati e mettono in mostra una cultura del cibo che va ben oltre i confini dell’isola.

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