Un caleidoscopio naturalistico si apre attorno a chi percorre i sentieri dell’Etna. Basta avanzare per pochi chilometri per ammirare panorami sempre diversi, a valle e a monte, e per avere la sensazione di trovarsi in posti sempre nuovi con una vegetazione che varia e si alterna a zone rese brulle dalle colate laviche, come ben sa chi ha fatto anche solo qualche escursione episodica.

Per osservare il cratere dell’Etna in (quasi) tutti  i suoi diversi e bellissimi paesaggi esiste un percorso, chiamato Pista Alto Montana, che permette di apprezzare tre quarti dei versanti del vulcano in tutta la loro grande varietà. Il paesaggio è lieve e maggiormente abitato nel versante sud, in direzione di Catania, aspro e solitario nel versante occidentale e, infine, sul lato di Linguaglossa è coperto di boschi.

Il percorso può iniziare dal versante sud, sopra Nicolosi, entrando dal cancello del bosco di Filiciusa Milia, a cui si arriva partendo dal piazzale del Rifugio Sapienza, dove si trova la stazione della funivia, e svoltando -dopo pochi chilometri- verso Piano Vetore e il Grande Albergo dell’Etna.

Questo tracciato, improvvidamente, era stato pensato per farne una carrozzabile regolarmente asfaltata in modo da consentire l’attraversamento del parco stando comodamente seduti in automobile.

Per fortuna si è capito in tempo che questa strada, così pensata, sarebbe stata un disastro dal punto di vista naturalistico e non avrebbe fatto crescere di un centimetro la fruibilità di questa formidabile risorsa. Il tracciato in terra battuta è però rimasto (tranne il primissimo tratto che è asfaltato) e consente appunto di fare un’esperienza a 270° del vulcano.

La pista si sviluppa per una lunghezza di circa 35 chilometri, con una quota che oscilla fra i 1450 1 i 1700 metri di altitudine. A parte la lunghezza, non è quindi particolarmente faticosa perché non obbliga ad affrontare scarti di pendenze troppo accentuate.

In cambio presenta due vantaggi che sull’Etna è raro trovare: la presenza, a distanze abbastanza regolari, di diversi rifugi aperti e dotati di camino e legna e la disponibilità di acqua, sia pure di cisterna. Ciò consente di spalmare la camminata almeno su due giornate, con un pernottamento in rifugio. In maniera più riposante si può fare in tre giornate e due pernottamenti.

Senza considerare che la mancanza di forti pendenze consente di fare il percorso in bicicletta, e quindi anche in un solo giorno, anche se rischiando, a nostro modo di vedere, di godere poco della sua bellezza. D’inverno, poi, è possibile muoversi anche con gli sci.

La segnaletica non è sovrabbondante ma la pista si segue facilmente, a motivo della sua larghezza che la distingue dagli altri sentieri. Quando se ne incrociano altri, basta escludere quelli che puntano troppo verso il basso o verso l’alto.

Il primo tratto si percorre all’ombra della pineta di Filiciusa Milia e qusi subito si incontra, sulla destra, il giardino botanico Nuova Gusssonea, stazione sperimentale dell’Università di Catania. Poco oltre, alla fine del tratto asfaltato, la statua di S. Gualberto, protettore dei forestali, segnala la presenza, poco discosta, della casermetta di Monte Denza, che non è aperta al pubblico ma offre nei pressi un’area per i picnic.

Segue un tratto piuttosto spoglio perché attraversato da colate di epoche diverse. I rifugi che si incontrano sono, nell’ordine: la Galvarina, Poggio la Caccia, Monte Scavo, Monte Maletto, per raggiungere il quale bisogna fare una piccola deviazione, Monte Spagnolo, Monte Santa Maria.

Il tratto fra Monte Maletto e Monte Spagnolo è quello più ricco di vegetazione in assoluto, con alternanza di faggi, pioppi, roveri, lecci e betulle. Dopo Monte Santa Maria è possibile visitare la grotta dei Lamponi, una delle più lunghe e facili da percorrere.

L’ultimo tratto si sviluppa ormai all’interno della pineta di Linguaglossa, per trovare infine la caserma Pitarrona che segna la fine della pista. A questo punto si può scegliere se pernottare in uno dei piccoli locali del posto o se farsi venire a prendere da qualche amico, a meno che non si sia avuta l’accortezza di lasciare una seconda macchina prima di iniziare il percorso da Nicolosi.

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