Un mese fa moriva Piero Sammataro, più che un attore, un pezzo del teatro italiano. Cremonese di nascita, aveva scelto Catania per lavorare e per vivere. Appena l’anno scorso aveva celebrato i 50 anni di attività. Un lungo percorso che va dalla borsa di studio di 30.000 lire all’Accademia di Arte drammatica Silvio D’Amico dove tornerà come insegnante nel ’76, al debutto strepitoso ne Sei personaggi in cerca d’autore, con la Compagnia dei giovani diretta da Giorgio De Lullo, con Romolo Valli e Rossella Falk.

Da allora tanti altri lavori, più di 250, alcuni con registi come Strehler o Visconti e con l’Istituto nazionale del Dramma antico. Per lo Stabile di Catania ha interpretato anche un magnifico Norman in Servo di scena. 
Nel 1974 debuttò al Piccolo Teatro di Milano, con il Giardino dei ciliegi di Cechov per la regia di Giorgio Strehler. E con Cechov si chiude il cerchio. Proprio ad un testo ispirato allo scrittore russo stava lavorando Sammataro quando la morte fece calare su di lui il sipario.

Nel 2002 si trasferì definitivamente a Catania dove, al Teatro del Canovaccio, fondò una sua scuola di recitazione lavorando come attore e regista. Tra i suoi alunni c’era una giovane donna, Silvia Corsaro, che lo ricorda così.

Esistono due tipi di teatro. Il teatro di Piero Sammataro e tutti gli altri. Piero Sammataro è il teatro. E non sono mai riuscita a trovare la linea di demarcazione. Come se su ogni palco dovesse essere per forza impressa la sua orma. Il nostro incontro è stato un incontro d’occhi. Ci siamo conosciuti e riconosciuti al primo sguardo.

Avevo tredici anni quando m’innamorai del Teatro. E il Teatro era Piero Sammataro. Mi è entrato nelle ossa e non mi ha più lasciato andare. “Ai vecchi e ai giovani”, febbraio 1994, il mio primo amore. Ricordo ancora ogni cosa. I brani, la scenografia essenziale, il tavolino, la sedia, il leggio, il trucco e i vestiti. Le parole. E la sua forza e il suo carisma innato e curato. Avrei voluto essere così. Esattamente come lui. Il Teatro in carne ed ossa. Insieme a tutto quel ‘molto di più’ che è sempre stato Piero Sammataro.

Un attore meraviglioso, un uomo straordinario, un maestro dell’incanto che ha capito ed amato tutti i suoi allievi e che è stato ricambiato con tutto il cuore da ognuno di noi. Non ho mai smesso di seguirlo. Da spettatrice, per molti anni, innamorata di tutti i suoi lavori. Sono cresciuta così, dal Servo di scena al Lungo pranzo di Natale. Le mie ore d’aria. Fino al mio approdo sull’altro lato del sipario. Il lato giusto. Quando il mio maestro è diventato il Maestro mio. Nelle sue mani, ogni opera trovava il proprio respiro. Ognuno di noi veniva contagiato. Senza nemmeno rendersene conto. Una trasfusione. E il teatro è diventato l’unico posto, per me, in cui essere felice.

Il Maestro mio era in grado di abitare le parole, di capirle e di spiegarle. Di accostarvi il suono o il gesto perfetto. Così, con garbo, con eleganza. Con una dolcezza matura e profonda. Con il suo amore immenso, dipingeva e ricamava i suoi “incantesimi”, le sue “lucciole! Di mago.” “Ai vecchi e ai giovani… sempre!”, maggio 2013, il mio ultimo amore. Un regalo, un dono. Ricorderò sempre ogni cosa. I brani, la scenografia, il leggio, il trucco e i vestiti. Le parole. E come mi ha amato, capito e trasformato. Come ha dipinto intorno a me quel mondo. Come mi ha avvolto e coinvolto. Vestito dei suoi vestiti.

Quel nero che la notte crea per le lucciole, mi pare di viverlo proprio adesso. Adesso che la notte mi sembra più scura, i miei pensieri più neri e l’autunno più freddo. Il Maestro mio non c’è più. E con lui svaniscono i miei sogni. I sogni di una vita di sogni. Un passato di sogni. Un presente di sogni. Un futuro di sogni. Con lui. Affidati a lui da sempre. Dalla prima età della ragione. Dal mio primo ingresso nel mondo degli “incantesimi”. In questa notte nera e senza lucciole. “Nevica, che senso ha”.                             

Silvia Corsaro

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