Insegnanti di sostegno che diminuiscono, ‘case famiglia’ che chiudono: c’è un quadro d’abbandono intorno alla disabilità fisica o mentale ed è per questo che appare sempre più meritoria l’opera di quel volontariato che cerca d’integrare i ‘diversamente abili’ nella società dei ‘sani’.

Recentemente abbiamo assistito nella sede del GAPA di Catania alla performance dell’Associazione Diversa-mente uguale di Biancavilla, dal titolo “Messa in scena della tua libertà”.

La libertà, cui si fa riferimento nel titolo dello spettacolo, è quella d’interpretare -da parte del pubblico- l’azione che gli attori svolgono sulla scena, per scoprire come noi tutti c’interpretiamo reciprocamente.

Ma in realtà questo titolo potrebbe nascondere anche un secondo significato, ovvero la libertà di esprimersi, di scommettersi, di dire ‘Ci sono anch’io’.

Monica Felloni e Piero Ristagno, del Nèon Teatro, sono stati gli ideatori e l’anima dello spettacolo, di cui hanno curato rispettivamente la regia e i testi. Ma sulla scena si sono mossi gli utenti, gli operatori e i volontari dell’associazione ‘Diversa-mente uguale’, insieme ad attori professionisti.

Il progetto ha alle spalle il Dipartimento di Salute Mentale CT7 di Adrano e colui che ne è stato per quasi 25 anni il responsabile, lo psichiatra Carmelo Florio, che considera il teatro e l’arte strumenti fondamentali per il riscatto umano e sociale delle persone che presentano problemi mentali. Trasferito a Catania, Florio ha di recente promosso una mostra di vignette di Totò Calì nel reparto di psichiatria del Vittorio Emanuele.

La rappresentazione è basata soprattutto sulla mimica e sulla danza. I movimenti vengono spesso accompagnati dall’utilizzo di drappi di stoffa colorati, con i quali gli attori giocano: ci si avvolgono, li fanno volteggiare, li tendono, li lanciano in aria mentre gridano: “Vogliamo un sorriso” o inneggiano alla “libertà”. Talvolta si chiedono: “Cosa cerco?”, oppure lanciano saluti: “Buonasera, salve, ci vediamo…”

A un certo punto mimano la macchina della risata, della bugia, della paura. E nel finale, qualcuno recita: “In ciascuno ritrovo me stesso, ma nessuno è maggiore o minore d’un chicco di grano”.

La cosa più bella -o forse più ovvia- è stata, da parte degli spettatori, il non riconoscere facilmente chi fosse ‘sano’ e chi ‘malato’. Quel che è certo è che i primi a divertirsi erano proprio loro, per niente intimoriti dal pubblico numeroso.

Anzi, alla fine dello spettacolo ci hanno fatto una promessa: il Teatro della diversità continuerà il suo percorso, e li rivedremo presto.

 Alcune immagini dello spettacolo a questo link

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