Sono oltre 500 le associazioni di volontariato censite nella provincia di Catania, un numero sorprendente che rivela una multiforme realtà, poco visibile ma consistente, di persone disposte a ‘donare’ una parte del loro tempo per le cause più diverse.

A scorrerne l’elenco si rivela in effetti un arcipelago di associazioni estremamente articolato e variegato sia per dimensione, si va dalle Misericordie ai piccoli sodalizi che si occupano di qualche particolare patologia, sia per obiettivi perseguiti che spaziano dalla protezione civile agli amici del presepe e dagli ambientalisti ai donatori di sangue.

Il loro cuore pulsante è costituito dal Centro di servizio per il volontariato etneo (CSVE) che, per statuto, ha il compito di sostenere, promuovere e qualificare il volontariato. Questo Centro, previsto dalla legge 266/91 che regolamenta il mondo del Volontariato, a Catania nasce nel 2000 per iniziativa di alcune delle più rappresentative organizzazioni e diventa operativo nel 2001, ampliando successivamente il proprio ambito territoriale che, dal 2004, comprende anche le associazioni delle province di Siracusa, Ragusa ed Enna.

A questo punto le associazioni censite dal CSVE sono oltre 1100, anche se non tutte sono iscritte nel Registro regionale (dove ne risultano 444) e non tutte sono associate direttamente al Centro (che ne conta 191).

Per consentire un più efficace e capillare funzionamento della rete, data anche la sua estensione, gli organi direttivi del CSVE hanno suddiviso il territorio in distretti più piccoli e omogenei, in grado cioè di far emergere i bisogni in maniera meno parcellizzata. A partire dal 2011 ne sono stati individuati otto per la provincia di Catania, quattro per la provincia di Siracusa, tre per la provincia di Enna e due per la provincia di Ragusa

L’elenco di queste associazioni, che si può leggere nel sito, delinea però una realtà del volontariato non solo molto frammentata ma anche con non poche sovrapposizioni, per la presenza, ad esempio, di parecchie micro associazioni che si occupano dei malati di una stessa patologia medica.

Per tentare di ovviare a questo problema, da alcuni anni la rete si sta ulteriormente strutturando per coordinamenti che, possono essere sia tematici che trasversali quando si tratta, ad esempio, di questioni di carattere generale, come l’educazione alla legalità.

Per statuto il Centro è tenuto a prestare gratuitamente la sua opera non solo ai soci ma, indistintamente, a tutte le organizzazioni censite. Quali sono, allora, i campi i cui esplica la sua funzione?

Sono tanti e tutti importanti. Si va dalla raccolta e dalla diffusione di informazioni, notizie e dati sulle attività di Volontariato, alla promozione della cultura della solidarietà; ma anche, in maniera più concreta, dall’attività di consulenza in materia legale, progettuale, fiscale, di comunicazione, raccolta fondi, servizio civile alla formazione e all’assistenza per la pianificazione e l’attivazione di attività formative; dal sostegno alla progettazione e all’accesso a bandi e contributi al supporto logistico mediante il prestito di locali e attrezzature per l’allestimento di spazi espositivi.

A margine di questa disponibilità sorge però una domanda: va bene che il Centro dia risposte alle esigenze di tutte le organizzazioni, ma, dovendo rispondere alle richieste anche delle associazioni non inserite nel registro regionale, come fa a verificare la coerenza e attendibilità delle loro attività e iniziative rispetto ai fini che si propongono? Basta averle censite, se ciò significa solo aver constatato la loro esistenza in vita? Come fare a cautelarsi?

Un esempio, solo per essere più precisi: nell’elenco pubblicato sul sito risultano presenti molte associazioni che forniscono il servizio privato di ambulanza, settore notoriamente molto poco trasparente, per usare un eufemismo; ma il discorso potrebbe riguardare anche altri ambiti (animalisti, ecologisti, ecc.).

Dal punto di vista economico, tutto ciò è possibile perché la stessa legge 266 ha stabilito che le Fondazioni bancarie destinino un quindicesimo dei loro proventi alla costituzione di fondi speciali attraverso cui le singole Regioni sono messe in grado di istituire e finanziare questi Centri di servizio, sotto il controllo di appositi Comitati di gestione.

In tempi di crisi, tuttavia, questo canale di finanziamento si sta assottigliando per cui è necessario riuscire ad individuare altre vie, sia ricorrendo a Fondazioni alternative sia, soprattutto, attrezzandosi per accedere a bandi per finanziamenti nazionali e/o europei, dove però bisogna dimostrare credibilità e capacità organizzative, progettuali e di fare rete. E questo è un compito di promozione e di stimolo proprio del CSVE, perché non sempre, per la loro micro dimensione, le singole organizzazioni sono in grado, da sole, di assolverlo.

L’impressione è che, sotto la spinta della sua intrinseca evoluzione, il CSVE si stia progressivamente trasformando da ente puramente strumentale a struttura capace di coordinare e orientare le attività del volontariato, assumendo quasi una funzione di ‘sindacato’, nel senso specifico di far crescere nelle singole associazioni la consapevolezza dei propri diritti, soprattutto quando si confrontano con l’ente pubblico, ma anche una funzione ‘profetica’, intesa come capacità di individuare i problemi nuovi che sorgono nella società e di dare risposte adeguate e creative.

In questo senso il rapporto con le istituzioni non può essere meramente contrattuale ma deve essere capace di funzionare come forza di pressione morale perché le risorse pubbliche siano impiegate nel modo più corretto ed efficace possibile.

Fermo restando che il volontariato si rifiuta di essere considerato una manodopera a basso costo con cui le istituzioni cercano di tappare le falle sempre più vistose dei loro bilanci e vuole sottolineare con forza la propria funzione di punto di vista ‘interno’ ai problemi. Vuole quindi essere ascoltato proprio perchè questi problemi li vive e condivide in prima persona.

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