Non si intende solo di musica e di rugby Marcello Gurrieri, amico e collaboratore di Argo. E’ anche un appassionato di cinema, tanto da curare una rubrica di recensioni cinematografiche, ospitata sul sito di Legambiente Catania. E poi scrive libri e racconti, in genere ispirati a vicende autobiografiche.

Pubblichiamo oggi due brevi racconti, il primo dei quali evoca la sua ‘formazione’ di adolescente inserito in un gruppo di coetanei che sognava un mondo migliore, sulle note del rock pacifista del movimento hippie.

Nel secondo, invece, rievoca un amico disabile, Pippo, dal quale ha imparato a “sentire l’odore del mare” e soprattutto a liberarsi da quel “retaggio di pietismo e ipocrisia che spesso contraddistingue le complesse relazioni con i disabili”.

 

One of these (hippy) nights

Il suono evocativo di un organo hammond, gli acuti laceranti di Janis Joplin, le dolci note dei Supertramp, le armonie vocali e chitarristiche degli Eagles. Le note si diffondono nell’etere, chiudo gli occhi, ed immagino la Santa Barbara di tanti anni fa, la Santa Barbara precedente all’invadente colata di cemento, il luogo della mia infanzia e della mia adolescenza.

Santa Barbara era un grazioso villaggio nei pressi di Marina di Ragusa. Qualche casetta e tanta campagna. Un albero di gelsi per i nostri pic-nic, la raccolta massiccia di quei frutti succulenti per la gioia del nostro palato e la “disperazione” delle nostre mamme per l’irrimediabile cambio di colore delle magliette.

Un campetto di calcio, ricoperto per la maggior parte dell’anno di frasche e, in primavera, di margherite di ogni altezza. Qualcuno potrebbe pensare: un posto non proprio ideale per fare sport. Sbaglierebbe. La gioia dei nostri palloni rattoppati affondati nei cespugli spinosi non poteva essere più grande, neanche allo Stadio Meazza di San Siro.

Crescendo cominciammo a sentire l’esigenza di una condivisione più completa, che andasse al di là delle partitelle. Il luogo prescelto fu il muretto che delimitava il campetto. Non so, forse, inconsapevolmente, era un modo per restare legati a quel luogo magico. Fatto sta che lì, tra quelle pietre, senza rendercene conto, crescevamo e, senza saperlo, ci formavamo, assorbendo qualcosa l’uno dell’altro, e ci sentivamo legati.

Salvo era il nostro “guru” hippy. E lo diventai un po’ anch’io. Avendo ben impressi nella mente il canto di libertà di Richie Havens, il ruggito di Joe Cocker, i graffi della chitarra di Jimi Hendrix, l’esaltante delirio adrenalinico dei Ten Years After, la danza gioiosa della ( e nella) pioggia ricoperti di fango, i ritornelli contro la guerra in Vietnam di Country Joe and the Fish, i versi poetici di Crosby, Stills, Nash & Young, la già citata meravigliosa Janis Joplin, l’esibizione esplosiva degli Who.

Insomma, di motivi per restare ammaliati a vita ce n’erano in abbondanza nei tre giorni di Woodstock. E noi avevamo avuto l’abilità di cogliere il meglio da quella esperienza dell’agosto del 1969. Restando quasi del tutto lucidi, trascorrevamo intere nottate deliziando le nostre orecchie con quella musica. Sappiamo bene che Woodstock non fu la panacea di tutti i mali. Ma altrettanto bene sappiamo cosa abbia rappresentato per noi.

Alcuni di noi non erano nemmeno nati nel 1969. Eppure ci sentivamo lì, ci sentivamo pacifisti, sognavamo un mondo migliore. Cos’era, cos’e’ Woodstock per noi? Io la vedo così: ci portò ad interpretare l’amicizia come fratellanza intrisa di musica e di sogni. Non ignoravamo gli aspetti deteriori di quel movimento; su tutti l’abuso di stupefacenti che distrusse la vita di persone splendide. Ma ne afferravamo l’essenza, la parte più sincera, la parte più nobile, il nettare, il mosto: Peace, Love and Music.

Amavamo la Sicilia ed al tempo stesso ci stava un po’ stretta. Non sapevamo se avremmo avuto un grande futuro, ma di certo sarebbe stato pieno di musica. All’aria aperta, sotto le stelle, al suono di un tamburo improvvisato, un’armonica blues ed una chitarra rovente.

Le pietre di quel muretto avevano uno strano calore. Quante storie avevano ascoltato, da quanta birra erano state bagnate. Se ci fossero ancora, quelle pietre, avrebbero fatto riecheggiare le nostre voci, nel ricordo mai sbiadito di quelle notti di libertà così semplici, eppure così belle.

“Cosa pensereste se stonassi /  vi alzereste in piedi e mi piantereste? /  Prestatemi ascolto e vi canterò una canzone /  e proverò a non cantare stonato /  Oh, ce la farò con un piccolo aiuto dei miei amici /  mi tirerò su con un piccolo aiuto dei miei amici / ci proverò con un piccolo aiuto dei miei amici”*

Oggi il villaggio Santa Barbara è cambiato parecchio. Il campetto non c’e’ più, il muretto neanche, di campagna neanche l’ombra. E’ una sorte che ha accomunato una parte cospicua di questa zona costiera. Ma l’organo hammond si sente ancora. Proviene dalla casa di Salvo, il nostro hippy preferito che in una notte d’estate ci definì “The Free Night Souls”, le anime libere della notte.

E così ci sentivamo. E così ci sentiamo ancora, quando mettiamo mano agli strumenti, ci guardiamo negli occhi e parte quella magia. La magia della musica, che trascende spazio e tempo scandendo i battiti del cuore di un manipolo di inguaribili sognatori.

*”What would you think if I sang out of tune /  would you stand up and walk out on me /  lend me your ears and I’ll sing you a song /  and I’ll try not to sing out of key / Oh, I get by with a little help from my friends /  mmm, I get high with a little help from my friends /  mmm, gonna try with a little help from my friends”  (‘With a little help from my friends‘, 1969 Lennon/McArtney, brano dei Beatles reinterpretato a Woodstock da Joe Cocker).

 

Come Pippo mi insegnò ad amare il mare

“Buongiorno comandante!” I pescatori di Ognina (popoloso quartiere a due passi dal mare di Catania) lo salutavano così. Pippo allargava il suo sorriso e rispondeva: “Buongiorno! Com’e’ il mare oggi?”. Eravamo insieme, sulla sua barchetta, pronti per un’altra avventura.

Conobbi Pippo alla Cooperativa Puebla, una casa famiglia per disabili che per anni fu un importante punto di riferimento per tutto il quartiere ogninese. Quella di Pippo era una disabilità molto grave, riusciva a muovere a malapena la testa. Ma quanto gli funzionava quella testa!

Organizzatore impeccabile, non solo dei suoi movimenti giornalieri ma di eventi, viaggi, feste. Con quella cuffia attaccata al telefono si era ritagliato uno spazio di straordinaria autonomia. Bastava solo alzargli la cornetta del telefono e al resto ci pensava lui. Che intelligenza sopraffina quella di Pippo!

Il periodo più bello era, per lui e per noi, l’estate. Era il momento della sua barchetta, al porticciolo di Ognina.

All’inizio mi chiedevo sinceramente chi glielo facesse fare. 2 ore sotto il sole senza poter fare il bagno; come resistere, pensavo, nella mia mente limitata, ad osservare noi che ci tuffavamo e nuotavamo felici di fronte alla sua immobilità. Non avevo ancora compreso che per Pippo era proprio quello il piacere, godeva nel vederci divertire.

Poi chiudeva gli occhi, sotto la visiera del cappellino. E respirava, respirava l’odore del mare, quella brezza così evocativa, per lui che sul mare c’era cresciuto. Da ragazzino a San Giovanni Li Cuti, borgo marinaro non distante dal centro di Catania, in seguito il trasferimento ad Ognina.

Conosceva a memoria il mare di Catania. “Comandava” le nostre remate fino alle cosiddette “ruttazzi”, le grotte naturali di origine lavica dove, raccontava, gli antichi pescatori trovavano rifugio dalla rumorosità delle famiglie numerose e riposo dal lavoro molto stancante della pesca.

Non parlavamo con un “disabile”. Parlavamo con un amico, e basta. Perché Pippo era straordinario nel metterti a tuo agio, ti svuotava di tutto quel retaggio di pietismo e ipocrisia che molto spesso contraddistingue, sia pur in buona fede, le complesse relazioni con i disabili.

Pippo di cognome faceva Felice. E lo era! Bastava così poco per vederlo felice. Quel suo cognome, che poteva quasi sembrare un paradossale e beffardo scherzo del destino, era invece la migliore sintesi di una personalità che mostrava il meglio di sé nel dolcissimo e contagioso sorriso.

Da qualche anno Pippo se n’e’ andato. E provo per lui ancora oggi, forse ancor più di allora, una profonda gratitudine. A volte, quando sono triste, desolato, affranto, vado a nuotare nel mare di Ognina, sotto lo sguardo fumante del vulcano. Chiudo gli occhi e provo a sentire l’odore del mare, proprio come faceva Pippo.

E provo a parlare al mio amico, e lo ringrazio. Perché quando penso a lui, per un istante, scompare la paura della morte, sostituita da un’immagine: di nuovo insieme, sulla sua barchetta, a solcare le onde. Felici, in pace.

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