Se non fosse per gli spiragli di luce che lascia trasparire l’ultimo capitolo, non a caso intitolato ‘Voglia di volare’, la nuova inchiesta della premiata ditta G.A. Stella & S. Rizzo, Se muore il Sud, Feltrinelli, ricorda un funerale di prima classe di un nobile decaduto: ogni capitolo un rintocco di campana a morte.

Non si tratta spesso di notizie nuove: ciò che impressiona è il quadro d’insieme che, molto più della somma delle singole parti, alla fine lascia una sensazione di malessere e di impotenza.

C’è da perdersi in un mare di informazioni in cui incompetenza, incapacità, cialtroneria, disonestà e delinquenza pura e semplice che talvolta sconfina nella criminalità organizzata, si mescolano a formare un sorta di blob, un ammasso gelatinoso che, rotolando su se stesso, ingloba tutto ciò che incontra fino a soffocarlo.

E infatti, una pagina dopo l’altra, non c’è settore della vita pubblica siciliana, e meridionale in genere, che non sia stata fatto oggetto di ruberie, truffe, malversazioni, imbrogli, spreco di denaro e di risorse umane e naturali.

Centinaia di miliardi di fondi pubblici riversati negli ultimi 50 anni sono serviti solo a produrre, assieme ad un effimero ed epidermico sviluppo economico, una disoccupazione dilagante, la nuova emigrazione della meglio gioventù, danni ambientali forse irreversibili, una divaricazione sempre più evidente fra ricchi e poveri, un solco sempre più profondo fra Nord e Sud, con i parametri economici retrocessi ai livelli degli anni ’50.

I capannoni abbandonati che fanno assomigliare le aree di sviluppo industriale a dei cimiteri di elefanti (impressionante la storia del polo chimico di Saline Joniche); opere pubbliche inutili e mai completate (Giarre docet) o abbandonate ai vandali subito dopo l’immancabile inaugurazione (anche più di una) in pompa magna; finanziamenti europei restituiti perché inutilizzati o gettati a pioggia come coriandoli a carnevale; il sistema ferroviario fermo a un secolo fa; la formazione professionale trasformata in un buco nero che ha ingoiato miliardi di fondi pubblici senza produrre un solo posto di lavoro; un potenziale turistico come quello siciliano, unico al mondo per quantità, qualità e concentrazione in piccolo spazio (6 siti UNESCO più 2 di cultura immateriale) che nel 2012 ha attirato non più di 3,5 milioni di turisti contro i 41 delle sole Baleari; il territorio, e quello costiero in particolare, cementificato fin oltre la battigia (siete mai stati a Triscina, a due passi da Selinunte?).

Alla fine la Sicilia riesce a conquistare con grande naturalezza gli ultimi posti in quasi tutte le classifiche europee: infrastrutture, competitività, disoccupazione -femminile e giovanile in particolare-, qualità della vita, università, competenze scolastiche di base, deserto di investimenti, frodi comunitarie e chi più ne ha più ne metta.

E non c’è spazio alcuno, in questo quadro, per il meridionalismo piagnone, soprattutto per la Sicilia che ha goduto di un’autonomia regionale che, in altre regioni ha creato ricchezza benessere e progresso sociale diffusi, mentre da noi se ne è fatta strame.

Dunque non possono essere che la stessa classe dirigente, e quella politica e imprenditoriale in primo luogo, in una con la società civile che l’ha espressa, a dover essere sbattute sul banco degli imputati, senza comunque dimenticare di chiamare in correità settori non piccoli della politica e dell’imprenditoria settentrionale che in questo pantano hanno saputo pescare, pro domo loro, denaro e voti. E forse dovevano essere proprio questi aspetti a meritare una maggiore tematizzazione, mentre restano solo sommariamente proclamati.

E’ vero, come dicevamo all’inizio, che non mancano, ma solo nell’ultimo capitolo, esempi sorprendenti di imprenditoria, spesso giovanile, che sanno stare sul mercato intrecciando frequentemente tradizione e innovazione. Per la Sicilia sono citati interessanti esempi nel campo dell’enologia e dell’industria alimentare.

Ma bastano queste poche rondini a far sognare una possibile primavera?

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One Response to “De profundis per il Sud”

  1. Non so quante rondini ci vogliono per fare la primavera. Non so neppure se ci sara’ una primavera. E non ho letto il libro della premiata ditta Stella & Strisce (pardon, Rizzo…)
    Ma ho letto tante pseudo-inchieste economiche e sociologiche sul meridione, da Nitti a Mack Smith a Franchetti-Sonnino, da Fortunato a Salvemini a Sylos Labini e via dicendo.
    Siamo sicuri che la testa del pesce (quella da dove nasce la puzza) sia collocata sempre nel meridione? i partiti che ci hanno imposto, e continuano ad imporci, la classe dirigente che rovina il meridione hanno origini nel meridione stesso? E i sabaudi, e la Fiat, e l’Eni, e tutti i colonizzatori dalla preistoria ai democristiani fino ad oggi da dove sono venuti? E’ vero che la regione Sicilia e’ stata sempre davvero ‘autonoma’ dal potere centrale?
    Certo i meridionali sono molto creativi e lo sono anche nel male, cioe’ nell’arte di arrangiarsi e di sfruttare il clientelismo.
    Sono certamente meno creativi, ma non mi sembrano migliori, gli imbrogli della Lega e della giunta regionale piemontese o ligure, e della burocrazia romana, e di L’Aquila (non so se e’ meridione pure quello) ecc. ecc.
    Vedremo da dove verranno le rondini e da dove spuntera’ il sol dell’avvenire. O se le cornacchie e l’inverno perenne travolgeranno il sud e il nord che lo critica e lo compiange mentre lo sfrutta.

    Santo Di Nuovo

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