Non sono carceri. Sono peggio delle carceri benchè di questi non abbiano il nome. Sono i centri di identificazione e di espulsione, C.i.e., nei quali vengono trattenuti ogni anno migliaia di cittadini stranieri per i motivi più disparati. Non servono a identificare e ad espellere come dichiarano ma a rinchiudere e punire.

La maggior parte degli “ospiti” -così vengono chiamati- non arriva dal mare. Molti entrano dagli aeroporti e dai porti, regolarmente, con un visto turistico o un contratto di lavoro. Poi perdono il permesso di soggiorno per la crisi. Li chiamano overstayers, perché rimangono oltre il tempo loro concesso.

Nei C.i.e., possono rimanere a lungo, fino a un anno e mezzo, anche se non hanno commesso alcun reato, anche se nessun giudice ha inflitto loro alcuna pena. Si chiama detenzione amministrativa ed è la diretta conseguenza delle norme di Schengen che regolamentano le frontiere europee.

E l’odissea dei migranti non finisce coi diciotto mesi di detenzione mascherata. Molti non vengono rimpatriati nemmeno in questo caso. Ottengono un foglio di via ed entro pochi giorni devono lasciare l’Italia ma spesso non vengono accolti nei loro consolati, vengono bloccati in altri paesi e rinviati ancora in Italia dove tornano in un C.i.e. per altri diciotto mesi. E così via.

Sono peggio delle carceri perché queste non sono extraterritoriali mentre i C.i.e. sì. Le Asl, ad esempio, non hanno giurisdizione sui centri e l’assistenza medica è fornita da dottori che sono assunti e pagati dagli enti gestori privati. Potrete vedere come funzionano i C.i.e. nel documentario “L’ultima frontiera”, regia di Alessio Genovese, soggetto e realizzazione dello stesso Genovese e di Raffaella Cosentino. Sono stati autorizzati, prima troupe cinematografica, dal Ministero dell’Interno ad entrare e a riprendere nella struttura di Ponte Galeria a Roma, all’aeroporto di Fiumicino , al porto di Ancona e nei centri di Bari e Trapani. Ve ne mostriamo un assaggio, il trailer del film.

«Abbiamo realizzato questo documentario perché volevamo andare oltre la cronaca» – dice Raffaella Cosentino, giornalista free lance che conosce molto bene i Cie per essersene occupata da anni – «Volevamo raccontare una storia umana e universale. E quella delle persone rinchiuse in questi luoghi lo è perché i Cie, secondo noi, sono istituzioni totali, kafkiane e prive di senso».

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