L’appuntamento è per martedì alle 19 a s. Chiara, uno dei tanti gioielli tardo barocchi in via Garibaldi, sede del gruppo catanese della comunità di s. Egidio.

In uno stanzone della canonica una quindicina di ragazze e ragazzi, fra liceali e universitari, stanno preparando un bel mucchio di panini; a prima vista sembra l’organizzazione di una festicciola fra amici.

“No, ci avvertono subito, sono per i poveri che dormono sotto i portici di corso Sicilia, che fra poco andremo a trovare come ogni martedì sera, e per prepararli ci tassiamo, portando ognuno qualcosa del suo.”

Accogliamo volentieri l’invito a far loro compagnia, prima però, ci avvertono, passiamo in chiesa a dire vespri perché, ci spiega S., “i poveri che noi conosciamo sono pochi, nel mondo sono tantissimi: nella preghiera vogliamo abbracciarli tutti.”

Ci rendiamo conto che per questi ragazzi ‘fare volontariato’ non è solo un modo per sentirsi ‘impegnati’ ma una tessera di un’esperienza educativa più complessa e articolata.

Mentre ci avviamo in macchina, chiediamo a M. la motivazione con cui fa questo gesto. “Ho cominciato a farlo quasi per caso quattro mesi addietro ma conoscendo queste persone mi sono accorta che lo scambio è reciproco: io dono un po’ del mio tempo, ma la loro amicizia mi sta aiutando a individuare nuove chiavi di lettura della mia vita, a capire cosa c’è di essenziale e cosa di superfluo in essa.”

Siamo ormai sotto i portici in corso Sicilia, la sera è piuttosto fredda. La prima immagine che ci viene incontro dà subito la misura della realtà dei barboni: un persona avvolta sommariamente in coperte dorme quasi alla scoperto sopra una grata, probabilmente per sfruttare il calore che proviene dal sottosuolo.

Gli altri sono distribuiti in piccoli gruppi sui gradini davanti ai negozi e alle banche, dove alcuni di loro hanno già sistemato precari ricoveri per la notte assemblando cartoni e coperte, e si capisce bene che li stanno aspettando questi ragazzi, gli si fanno attorno, prendono il loro panino o il loro pezzo di rosticceria, ma non vanno via, uno di loro accenna un motivetto accompagnandosi con un kazoo.

Colpisce il fatto che li conoscano uno ad uno, che li abbiano salutati abbracciandoli e chiamandoli per nome; si fanno raccontare cosa è successo loro nei giorni trascorsi, chiedono se hanno bisogno di qualcosa in particolare. E restano a lungo a chiacchierare insieme.

Uno dei volontari è un ex senzatetto che oggi si è inventato un lavoro che gli consente di sbarcare il lunario, ma non per questo ha voluto abbandonare i suoi amici e il martedì continua ad uscire con i ragazzi di s. Chiara per portare qualcosa da mangiare ai suoi amici.

Ma chi sono queste persone che popolano di notte i portici di corso Sicilia? Ci sono state diverse ondate, ci dice E., il punto di riferimento di questi ragazzi; all’inizio erano prevalentemente africani, poi sono arrivati gli europei dell’est, di cui oggi resta un piccolo gruppo che sta in disparte verso piazza della Repubblica; oggi sono prevalentemente catanesi che hanno alle spalle storie di fallimenti personali e familiari e comunque di solitudine e abbandono.

Oggi vivono di espedienti e gironzolano da una mensa all’altra per sbarcare il lunario; ma i numeri di questa realtà dei senzatetto a Catania non sembrano particolarmente alti, sostiene E., una maggiore e più attiva sensibilità da parte delle istituzioni consentirebbe di affrontarla in modo meno precario.

Esce da uno dei portoni il custode di una delle banche: inveisce contro i senzatetto che ogni mattina lo costringono a fare pulizie straordinarie. Ha una qualche ragione, i ragazzi hanno portato dei cartoni dove cercano di raccogliere cartacce, bottiglie e bicchieri, ma è chiaro che non sempre è sufficiente. Quel signore però è proprio arrabbiato e se la prende con i ragazzi perché incentivano questi comportamenti: “siete il male della Sicilia”, arriva a dire. Magari fossero tutti come questi i mali della nostra isola!

Prima di rientrare si passa ancora da piazza Verga, dove c’è qualche altro senzacasa che aspetta. E’ tardi ormai. Nel salutarci E. ci invita a tornare giovedì, quando sarà il turno degli adulti del gruppo.

Ci ritroviamo allora nel parcheggio davanti alla Stazione centrale, sulla destra. Alcuni volontari sul marciapiede hanno apparecchiato dei tavoli e si è formata una fila di persone abbastanza lunga, ci sono pure famiglie con bambini piccoli.

Anche in questo caso la mensa funziona con il concorso di tutti: chi porta della rosticceria, chi della pasta, chi il dolce o le bevande. Un contributo è particolarmente rilevante: alcune pietanze sono state preparate dalle mamme dei bambini di s. Cristoforo che il pomeriggio frequentano il doposcuola a s. Chiara. Il bisogno che genera solidarietà.

In questo caso ci fanno da guida A. e S. e anche loro sottolineano soprattutto la realtà dei rapporti umani che nel tempo, sono ormai quattro anni, si sono instaurati. Si avvicina G., un personaggio molto conosciuto negli ambienti del calcio cittadino e ora anche egli ridotto in povertà: “si è sempre lamentato, ci dicono, del fatto che tutti lo conoscessero e lo chiamassero solo con il suo soprannome, ora è contento di essere chiamato con il suo vero nome, semplice ma importante.”

A noi è sembrato questo il senso più profondo di questa esperienza.

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3 Responses to “Per strada, di notte, con i senzatetto”

  1. Non ho parole per esprimere la mia ammirazione verso queste iniziative, ma le parole servono a poco, ora so con chi devo uscire certe sere!
    Grazie per la lezione. Gesuele

  2. Bell’articolo autocelebrativo…invece di passare un giorno solo con questa gente, fatelo ogni sera come succede nelle grandi città, dove i volontari portano viveri e coperte ai senzatetto. Non sentivi in pace con voi stessi, quello che fate è minimo….

  3. Fantastici vorrei fare parte del vostro gruppo

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