Un patto, un nuovo accordo contro l’ingiustizia globale subita da milioni di persone. Lo sancisce la Carta di Lampedusa che unisce tutte le realtà e le persone e afferma come “indispensabile una radicale trasformazione dei rapporti sociali, economici, politici, culturali e giuridici che caratterizzano l’attuale sistema e che sono a fondamento delle discriminazioni sociali . Per un’alternativa fondata sulla libertà e sulle possibilità di vita di tutte e tutti senza preclusione alcuna che si basi sulla nazionalità, cittadinanza e/o luogo di nascita“.

E’ questo il risultato più importante della 3 giorni (31 gennaio/2 febbraio) che ha visto presenti a Lampedusa centinaia di “attivisti sociali” con l’obiettivo di tradurre le lotte e le mobilitazioni di questi anni a fianco dei migranti in una nuova carta dei diritti. Quanto sia urgente e necessario tutto ciò ce lo ricorda ogni giorno ciò che avviene in Italia nei Cie (Centri di identificazione e di espulsione) e nei campi di accoglienza, semplicemente indegno per un paese civile.

L’incontro nasce da un impegno collettivo sollecitato, per ultimo, da quanto accadde il 3 ottobre 2013 quando 368 migranti, donne e uomini, morirono in mare nel disperato tentativo di raggiungere Lampedusa. Allora vennero raccolte 50.000 firme per chiedere l’apertura di canali di ingresso garantito, cui seguirono manifestazioni e proteste in centinaia di località.

Secondo Nicola Grigion (responsabile del progetto Melting Pot Europa) da tutto ciò è scaturita l’esigenza di un nuovo diritto. Il sito ha fatto, perciò, da collettore per la costruzione di un documento condiviso, la Carta, che è stata varata, appunto, a Lampedusa grazie al lavoro collettivo di movimenti, associazioni, organizzazioni, italiane, europee, mediorientali e nordafricane.

Non una nuova organizzazione, ma un patto, un manifesto, una dichiarazione, una convergenza di intenti: una fonte di diritto dal basso, non dato, ma legato all’immediata necessità di difenderlo e conquistarlo”.

Nella consapevolezza che “l’Europa, così come l’abbiamo conosciuta finora, si fonda sulla gestione dei confini. Ma noi non possiamo più accettare uno spazio europeo in cui esiste una gerarchia della cittadinanza, perché in questa vicenda vengono meno i diritti di tutti”.

Un tentativo difficile e ambizioso carico di utopia, certo, perché i principi che stanno alla base del movimento sono purtroppo lontanissimi dalla realtà concreta, ma attento a individuare i modi concreti per raggiungerli. Non a caso, il primo appuntamento, venerdì pomeriggio, è stato con la sindaca, Giusi Nicolini, e gli abitanti dell’Isola.

E così, nella Carta, troviamo prese di posizioni generali, quali, ad esempio, il riconoscimento “che tutte e tutti in quanto esseri umani abitiamo la terra come spazio condiviso e che tale appartenenza comune debba essere rispettata. Le differenze devono essere considerate una ricchezza e una fonte di nuove possibilità e mai strumentalizzate per costruire delle barriere”.

Oppure “che non può essere accettata nessuna divisione tra gli esseri umani tesa a stabilire, di volta in volta, chi, a seconda del suo luogo di nascita e/o della sua cittadinanza, della sua condizione economica, giuridica e sociale, nonché delle necessità dei territori di arrivo, sia libero di spostarsi in base ai propri desideri e bisogni, chi possa farlo soltanto in base a un’autorizzazione, e chi, infine, per poter compiere quello stesso percorso, debba accettare di subire pratiche di discriminazione, di sfruttamento e violenza anche sessuali, di disumanizzazione e mercificazione, di confinamento della propria libertà personale, e di rischiare di perdere la propria vita”.

Ma troviamo anche elementi concreti di programmi e mobilitazioni come

  • l’immediata abolizione di tutte le operazioni legate alla militarizzazione dei territori
  • la completa riconversione delle risorse sino ad oggi investite e stanziate in tal campo per assicurare percorsi di arrivo garantito delle persone che migrano per necessità, nonché per scopi sociali rivolti a tutte e tutti
  • l’immediata abrogazione del Regolamento di Dublino, e di tutte le sue successive modifiche, che impone alle e ai migranti di fare richiesta di protezione internazionale nel primo stato membro in cui fanno ingresso, impedendo in tal modo alle persone di portare a compimento il proprio progetto di vita

La Carta di Lampedusa afferma, inoltre, “la necessità di sospendere immediatamente ogni pratica di respingimento formale e informale alle frontiere interne ed esterne dell’Unione europea.

E, infine, viene ribadita “la necessità di mettere fine al sistema di accoglienza basato su campi e centri per costruire invece un sistema condiviso nei diversi territori coinvolti, del Mediterraneo e oltre, basato sulla predisposizione, in ogni luogo, di attività di accoglienza diffusa, decentrata e fondata sulla valorizzazione dei percorsi personali, promuovendo esperienze di accoglienza auto-gestionaria e auto-organizzata, anche al fine di evitare il formarsi di monopoli speculativi sull’accoglienza e la separazione dell’accoglienza dalla sua dimensione sociale”.

Leggi il testo integrale della Carta di Lampedusa

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