Rinuncia al processo d’appello, revoca l’incarico al suo legale, l’ennesimo. Il processo a Loris Gagliano, assassino di Stefania Noce, la studentessa femminista di Licodia Eubea che diceva di amare, diventa un rompicapo giuridico, un “caso da settimana enigmistica del codice di procedura penale”, un busillis. Si allungano così i tempi del dibattimento e si allontana una sentenza attesa con ansia dai genitori, dagli amici della ragazza assassinata, dall’associazione Sen e dalle altre associazioni di donne che sono sempre state presenti alle udienze. C’erano anche a quella del 4 febbraio scorso, data in cui Stefania avrebbe compiuto 27 anni. Per questo tutti recavano un cartello con la scritta “Buon compleanno Stefania”.

Non erano presenti in aula, invece, l’imputato e la sua famiglia. Nessuno dietro le sbarre, nessuno di loro tra i banchi del pubblico. Sarebbe stato inopportuno e difficile il confronto con la famiglia di Stefania. Dell’assassino reo confesso, solo due note, lette dal presidente della Corte con le quali dimostra di temere maggiormente il giudizio di infermità mentale che non la condanna all’ergastolo. Quasi rivendicasse con orgoglio un’azione meritoria.

Così caccia via, uno dopo l’altro, gli avvocati che seguono, tutti, la linea difensiva dell’infermità mentale, dell’incapacità di intendere e di volere, e rinuncia al secondo grado di giudizio. Non vuole essere bollato come pazzo. Una linea quella del disagio mentale riconfermata dall’avvocato Rabbito, da stamattina non più difensore di fiducia dell’imputato ma rinominato avvocato d’ufficio dal presidente della Corte: per lui, il suo assistito avrebbe problemi psicologici.

“Tattiche dilatorie”, definisce, invece, le richieste e le rinunce di Gagliano l’avvocato Trantino, che è stato legale di parte civile. Secondo un altro avvocato di parte civile, Pierpaolo Montalto, la rinuncia di Gagliano metterebbe fine al processo che si concluderebbe così con la sentenza di primo grado: fine pena mai, ergastolo. 

Una tesi che non convince, però, la Corte d’assise d’appello di Catania e il suo presidente Luigi Russo che si sono riservati di decidere in una prossima udienza fissata per il 4 marzo: ” Non siamo attualmente in condizione di stabilire l’ammissibilità delle richieste dell’imputato ; le perizie psichiatriche devono essere concluse”.

Bisognerà attendere ancora, dunque, perché questo benedetto processo finisca. Al di là del numero delle udienze, dell’entità della condanna, delle arringhe difensive e accusatorie, dei coup de théatre dell’imputato, dei giornali on line e cartacei che che si ostinano a rubricare il femminicidio come raptus della gelosia, rimane e rimarrà sempre su tutto e tutti, nonostante tutto e tutti, tanto dolore.

Quello, insanabile, della mamma e del papà di Stefania innanzitutto. Della nonna che ha perso la nipote e il marito. Una ferita profonda che nessuna pena data dai giudici potrà sanare. Continueranno a soffrire della sua morte tutte le persone che l’amavano. Tutti coloro che hanno saputo di lei quando non c’era più ma che continueranno a ricordarla.

E ci sono poi altre sofferenze, dolori sordi e poco risarcitori. Per i quali non c’è solidarietà ma soltanto un’immensa solitudine. Quello della madre di Loris Gagliano cui è toccato di vedere il figlio tramutarsi in assassino. Non si tratta soltanto del dolore legato alla probabile lunga reclusione ma l’insopportabile angustia di sapere che suo figlio è stato dalla parte sbagliata, che ha ucciso perché doveva affermare il suo potere su quella ragazza che amava tanto la sua libertà da “osare” abbandonarlo.

Suo figlio che con un gesto crudele quanto stupido e inutile, togliendo la vita a Stefania e a suo nonno, ha rovinato la sua di vita e quella dei suoi genitori. Ah se quel ragazzo potesse capire! Come sarebbe lungo il suo ergastolo oltre le pene comminate dalla giustizia. Un ergastolo del cuore e della mente. Un ergastolo dell’anima. Se tutti gli uomini che non sanno amare le donne potessero capire!

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