C’era una volta la Lampedusa dei pescatori, un’isola con una storia antica e poco nota, lontana dalle cronache che l’hanno portata alla ribalta per il suo ruolo centrale nelle moderne migrazioni.

La storia di questa Lampedusa dimenticata sta cercando di raccontarla un blog, Lampemusa, utilizzando diversi linguaggi, dai video ai testi, dalle foto ai documenti sonori, un progetto in evoluzione che fa capo al cantautore Giacomo Sferlazzo.

Da questo archivio di memorie riprendiamo oggi la testimonianza del comandante Vito Gallo che racconta il passaggio dalla pesca locale a quella atlantica, detta ‘Umarroccu’, vale a dire il Marocco.

Negli anni del dopoguerra, infatti, a Lampedusa si viveva di pesca, pesce azzurro e spugne innanzi tutto. Oppure ci si imbarcava sulle navi degli armatori di Porto Empedocle, Anzio, Bari e persino Trieste, imbarcazioni di legno al massimo di 100 tonnellate, con cui si pescava all’intorno.

Alla fine degli anni cinquanta questo tipo di pesca divenne meno redditizia e gli armatori andarono alla scoperta di mete, le rotte atlantiche, inizialmente subito fuori da Gibilterra, nelle acque del ‘Marocco’, poi sempre più lontano.

Erano traversate che duravano anche un mese, per lo più giorni di viaggio, con solo solo 5-7 giorni di pesca abbondante, tutta quella che permetteva la capienza ridotta delle stive. Le navi erano le stesse, vecchie e malandate, della pesca a breve raggio, ma “l’abilità marinaresca” dei lampedusani riusciva ad usarle per queste “avventure verso l’ignoto”.

Poi gli armatori decisero di acquistare vecchie navi di ferro in disarmo nei porti francesi, spagnoli, tedeschi, imbarcazioni di ferro di 500 tonnellate, ma via anche di 1000-2000, che venivano riparate e messe in funzione per affrontare viaggi di diversi mesi.

Ormai non c’erano più limiti, si andava a pescare in tutte le parti del mondo, il ‘Marocco’ era solo un ricordo e si stava lontani per mesi. I ragazzi partivano anche a sedici anni, affrontavano i rischi e le fatiche, il distacco e la nostalgia, si aprivano a nuove esperienze, crescevano.

Nei porti lontani trovavano altri marinai, giapponesi, russi, spagnoli, portoghesi, francesi e tornavano con tante cose da raccontare. Erano spinti, infatti, non solo dalla crisi ma anche dallo spirito di avventura, dalla curiosità di scoprire nuovi luoghi e provare nuove emozioni.

Nel “Diario di bordo”, film di Ansano Giannarelli e Piero Nelli, troviamo un esempio della vita dei marinai sui pescherecci d’altura, i pasti, le canzoni, le partite a dama, le discussioni sulle donne e sull’amore, la sosta nel porto e la ricerca del divertimento.

E ancora, la preparazione delle reti e il momento della pesca, la difficoltà di rimanere lontani per mesi dalla famiglia, che induce qualcuno a rinunciare a questa vita, e l’importanza della radio come unico mezzo per tenersi in contatto con la terraferma e con le altre navi, venire a conoscenza delle notizie, da quelle di cronaca a quelle di politica.

Un bellissimo documentario premiato nel 1967 con il Nastro d’Argento.

Be Sociable, Share!

Tags:


One Response to “Lampemusa, quando a Lampedusa si viveva di pesca”

  1. Isidoro La Spina
    marzo 4th, 2014 at 11:39

    Grande Giacomo, un grazie per questo tuo lavoro, ennesima testimonianza del tuo amore per Lampedusa, la Nostra Lampedusa, nella speranza che il tuo messaggio tocchi il cuore di tutti e che Lampedusa, malgrado tutto rimanga quel posto unico che è, ciao a te e a tutti gli amici mpidusani !

Lascia un commento

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>