Ninetta Burgio, madre coraggio, può dormire tranquilla il suo sonno eterno. Tutti e quattro gli assassini di suo figlio, Pierantonio Sandri, sono stati dichiarati colpevoli in primo grado e in appello. Ieri è stato, infatti, condannato a 16 anni di reclusione anche l’ultimo, Salvatore Cancilleri che pure continua “con pervicacia criminale”, come ha detto il pubblico ministero, a non ammettere la sua colpa.

Nell’aula della Corte d’appello del palazzo di giustizia di Catania erano presenti i rappresentanti di Libera che da sempre sono stati a fianco della famiglia, di Ninetta e di suo fratello Francesco. Stavano sulla sinistra. Sulla destra i familiari di Cancilleri e lo stesso omicida, ancora libero, in attesa della sentenza della Cassazione alla quale presumibilmente ricorrerà.

Il 3 settembre 1995 Pierantonio scomparve improvvisamente da Niscemi. Era stato prelevato, torturato e ucciso da quattro ragazzi , alcuni minorenni, che gli avevano fatto pagare il fatto di aver visto per caso uno di loro bruciare un’auto. Erano Marcello Campisi, Salvatore Cancilleri, Vincenzo Pisano e Giuliano Chiavetta. Quest’ultimo è un ex alunno della madre di Pierantonio che di fronte all’ennesimo appello televisivo di Ninetta non ce la fa più e confessa.

Il processo ha messo in luce sempre di più che quei giovani non erano, come poteva apparire all’inizio, solo i componenti di una piccola banda di paese ma l’aggressiva manovalanza delle cosche mafiose. I quattro erano i “carusi di Alfredo”, il boss Alfredo Campisi, zio di uno di loro.

E’ uno scenario inquietante quello che fa da sfondo al delitto Sandri: un Comune due volte sciolto per mafia, una lunga teoria di omicidi, estorsioni, traffici di stupefacenti, delitti di ogni genere. E’ in quest’ambito che si colloca l’assassinio di Pierantonio. I quattro temono che parli e lo conducono con loro in un bosco, lo strangolano con una cintura, lo lapidano e in un primo tempo abbandonano il cadavere tra sterpi e sassi.

Solo dopo, ben consigliati dai capi, occultano, sia pur maldestramente, il povero martoriato cadavere. In quel bosco lontano dalla vista di passanti, un piede calzato da una scarpa affiorò per dodici lunghi anni, fino a quando uno di quei ragazzi, Chiavetta, pentito, raccontò con precisione e dovizia di particolari la feroce, macabra storia. Indicò il luogo esatto della sepoltura, descrisse l’abbigliamento del ragazzo ucciso, i jeans e la camicia a scacchi azzurri. E fece i nomi dei complici che uno dopo l’altro sono stati condannati.

Ninetta Burgio è morta nel dicembre del 2011 dopo aver portato per due anni la sua testimonianza contro la mafia nelle scuole e nelle carceri minorili di tutta Italia, cercando verità e invocando giustizia e mai vendetta nei confronti degli assassini del figlio.

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