Turchia, a pochi chilometri dal confine siriano. E’ qui che si trova il nostro amico Giovanni Sciolto, operatore umanitario, blogger dalla prosa poetica, esploratore delle marginalità umane e sociali, ieri a Catania, oggi in altre parti del mondo. Prima di essere mandato presso il confine siriano dalla ONG per cui lavora, è stato per circa un anno in Sud Sudan che ha dovuto lasciare forzatamente, nel corso di una evacuazione drammatica, la cui eco risuona ancora nei suoi pensieri, nei suoi sogni, nei suoi scritti. Come si può leggere nel suo ultimo post, che vi proponiamo oggi per sua gentile e affettuosa concessione, dal titolo ‘Fuochi.

Nell’altalenante susseguirsi di gioie e dolori che caratterizzano gli ultimi due anni della mia esistenza, le emozioni assumono (di gioia in gioa e di dolore in dolore) connotati sempre piu’ definiti. Sempre meno sfocati.

Il buio continua a provocare disturbi nella mia psiche. Le candele delle mie camere africane hanno lasciato la scena da qualche mese. Nelle notti turche lascio che siano i lampioni che illuminano le strade di Kilis, ad accarezzare i miei sogni.

Ho smesso di fumare, grazie a dei ricci di donna.

L’ultima sigaretta, insieme con l’amorevole accensione di una candela, rappresentavano il mio lieto congedarmi dalle calde giornate sud-sudanesi. La cenere cadeva sulla terra rossa, senza che me ne accorgessi, mentre osservavo i fuochi accesi e mi lasciavo ipnotizzare dai ritmi tribali delle danze nubiane.

Il calore sulle dita mi avvertiva che la “Gold Seal” era sul punto di abbandonarmi. Entravo in tenda e regalavo l’ultima boccata a una candela spenta. Lei, per ringraziarmi, illuminava la notte.

Con l’inasprirsi delle relazioni tra Dinka e Nuer, il sonno divenne sempre meno sereno. Un telefono cellulare, un telefono satellitare e una radio VHF entrarono prepotentemente da protagonisti nei miei sogni.  Due radio VHF, in realta’. Una sintonizzata sulle frequenze interne al team, l’altra sulle frequenze utilizzate dal resto delle ONG.

Una scarica di AK 47, anche lontana, giustificava puntualmente l’alta soglia di attenzione con cui mi abituavo ad abbracciare Morfeo.

Morfeo. Lo stesso essere a cui cercai di aggrapparmi durante i miei ultimi attimi da venticinquenne.

Mentre Catania strizzava l’occhio al 2014, io mi dimenavo nel letto della mia camera di San Gregorio. I fuochi d’artificio e i “botti di capodanno” riuscivano, per la prima volta, a far aumentare sensibilmente i miei battiti cardiaci e quelli di Truffaut. Insieme, per la prima volta. Lui abbaiava, io sussurravo “Basta”.

Mia madre, con la calma propria delle eroine, ci rassicurava accarenzando i miei capelli con una mano e il pelo di Truffaut, con l’altra.

Qualche minuto dopo, Goran Bregovich avrebbe intonato il pezzo “Kalashnikov” davanti a migliaia di Siciliani, in una Catania (a quanto pare) gremita.

Io, esausto, dormivo, sottolineando inconsapevolmente il delirante ossimoro di una vita in equilibrio, oltre la linea.

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