Quelle piastrelle rettangolari in asfalto misto a cemento, che ancora oggi pavimentano molte strade e marciapiedi, hanno una lunga storia da raccontare.

I giacimenti di pietra pece da cui si ricava appunto asfalto e bitume, conosciuti fin dall’antichità, si trovano in provincia di Ragusa, erano già utilizzati in età moderna per ricavarne materiale da costruzione, per pavimentazione o per manufatti artistici, alcuni dei quali si possono ancora oggi ammirare in alcune chiese di Ragusa Ibla.

Ma è solo dopo l’Unità d’Italia che cominciano ad essere sfruttati intensivamente fino a diventare protagonisti di una piccola rivoluzione industriale locale con diverse concessioni date a società sia straniere (soprattutto inglesi e tedesche) che italiane e siciliane.

Tre i giacimenti principali: uno nei pressi della città e due sulla sponda sinistra dell’Irminio, in contrada Streppenosa e Castelluccio.

click per andare alle foto della visita di Mussolini alle cave di asfalto

Un secondo punto di svolta si è avuto dopo le Grande Guerra quando, con la modernizzazione delle tecniche di estrazione e dei procedimenti di trasformazione, si riuscì ad ottenere olio per autotrazione, che tornò particolarmente utile a Mussolini quando fu costretto ad avviare l’esperimento autarchico. A conferma di ciò, nel 1934, la principale azienda di produzione entrò a far parte dell’IRI, mentre tutto il comprensorio occupava circa 2000 persone.

Nel secondo dopoguerra un’azienda palermitana avviò la fabbricazione di mattonelle di cemento e asfalto che cominciarono ad essere esportate in tutto il mondo.

L’ultimo passaggio si ebbe nel 1953, quando con il perfezionarsi delle tecniche di perforazione, la società petrolifera americana Gulf, riuscì ad arrivare oltre i 2000 metri di profondità, fino a pescare il petrolio che si trova al di sotto del banco asfaltifero e che veniva trasportato, per via di oleodotto, alle raffinerie di Augusta.

A Streppenosa sono ancora visibili importanti resti di archeologia industriale (un traliccio e una caldaia per la produzione di vapore), memoria degli impianti messi in opera da una società tedesca nel periodo tra le due guerre.

Particolari emozioni riserva anche la sola visita a ciò che resta delle miniere sia per quanto riguarda gli aspetti speleologici e faunistici, al loro interno, sia per la ricchezza della flora spontanea del territorio circostante, la varietà di orchidee in particolare. Suggestivi anche i sentieri con i muretti a secco della contrada Castelluccio.

Come di consueto, già nel 1981 fu fatta la legge per la creazione di un Parco naturale e di un Museo delle miniere d’asfalto, che nei fatti però, dopo 30 anni e passa, è ancora ‘istituendo’. Ad maiora!

Nel frattempo le cave si son dovute chiudere con un cancello per evitare che vengano asportate le giovani stalattiti che hanno cominciato a formarsi al loro interno e per proteggere la colonia di pipistrelli che le ha elette a propria dimora.

Sono tuttavia visitabili facendone richiesta al gentilissimo funzionario della Soprintendenza BB. CC. AA. di Ragusa, Silvio Cassarino, responsabile dell’ istituendo parco museale, il quale, in assenza di tutele pubbliche, si prende cura del luogo e della sua storia.

Il materiale fotografico che pubblichiamo è dovuto a Enzo Agliata che ringraziamo per la generosità con cui ce lo ha concesso.

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One Response to “Storia e natura nelle cave di asfalto del ragusano”

  1. Bell’articolo, molto interessante. Mi e’ piaciuto leggerlo.
    Ci passero’ se vado nel Ragusano.

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