La “fuitina” è, purtroppo, una situazione sicuramente più comprensibile in Sicilia, e nel meridione, che in altre parti del Paese. Quando nell’Isola, con la pubblicazione (1957) del Corpus di musiche popolari siciliane di Alberto Favara il canto popolare non fu più rappresentato quasi unicamente da Vitti ’na crozza, Ciuri ciuri, Sicilia bedda e così via, all’interno dei canti popolari siciliani d’amore venne affrontato anche questo tema. A proporre per la prima volta al pubblico l’insieme di queste novità è, soprattutto, Giuseppe Ganduscio, come ci ricorda (ne ‘La rivista del Galilei’) Francesco Giuffrida, studioso del canto popolare e sociale.

Mammà vi l’haju persu lu rispettu,
di la finestra lu fici acchianari;
cu parla parla mi lu tegnu strittu,
ca schetta vecchia nun vogghiu ristari;
ni nni fujemu dirittu dirittu
poi, comu voli Diu, m’ha maritari.
Mamma vi ho perso di rispetto,
dalla finestra l’ho fatto salire;
chi parla parla me lo tengo stretto,
perché non voglio restare nubile e vecchia;
prendiamo la fuga in fretta
poi, come vuole Dio, mi deve sposare.

“In questo primo canto – scrive Giuffrida – c’è una ragazza che teme di restare zitella; e preferisce contravvenire a tutte le regole […] pur di sposarsi: perché lo zito, obbedendo a un volere superiore, a un obbligo morale, a una consolidata tradizione, dopo la fuga d’amore, la deve sposare.

In altri casi la fuitina era un modo per accorciare i tempi

Bedda ca li facisti quinnici anni
Fatti la rizzimedda e jamuninni
Ca m’ha tinutu ’ntra duluri e affanni
Lassa a to pa’ e a to ma’ e fuiemuninni;
lu litticeddu è di pampini ’i canni
lu chiumazzieddu di cuttuni e pinni,
vienitinni ccu mia, amuri ranni
piglia la rizzimedda e jamuninni
Bella, ora che hai fatto quindici anni
prepara il tuo fagotto e andiamocene
mi hai tenuto tra dolori e affanni
lascia tuo padre e tua madre e scappiamo;
il letto è di foglie di canne
la coperta di cotone e piume
vieni con me, amore grande
prendi il fagotto e andiamocene.

Da Milena (Cl), raccolta da Arturo Petix.

Talvolta erano le stesse ragazze a sollecitarla:

Mamma, mammuzza, m’hata a maritari
chi mi cuntati ca nun siti ricca.
– Tu ccu ’sta prescia mi fa’ dispirari
figlia, nun è lavuri ca strasicca!
Si’ picciula ed ancora pua aspittari
appena si nni parla, vuccalicca –
Mamma, sintiti, m’hata a maritari,
o mi nni fuiu e vi chiantu la sticca.
Mamma, mammina, mi dovete maritare
non mi raccontate che non siete ricca.
– Tu con questa premura mi fai disperare
figlia, non sono spighe che seccano!
Sei ragazzina e ancora puoi aspettare
è presto per parlarne, ragazza smaniosa –
Mamma, sentite, mi dovete maritare,
o me ne scappo e vi lascio in tredici.

Da Montedoro (Cl) raccolto ai primi del Novecento da Giovanni Petix:

“Nell’ ottava di Montedoro – sottolinea Giuffrida – si affaccia anche un altro problema: è quello della dote. La mancanza di una dote, per quanto piccola, poteva essere motivo di grande vergogna e, quindi, del diniego del permesso al fidanzamento e alle nozze. Ma, come dice un proverbio siciliano, “Ppi dota nun s’arricchisci”; una famiglia, cioè, deve contare su ben altro, sull’amore, sul lavoro, sulla concordia per costruire qualcosa di solido, non su qualche bene e qualche soldo.”

“Ma – ricorda Giuffrida – era il contrasto inconciliabile che dava luogo alla fuitina possiamo dire autentica: un fidanzato non accettato dalla famiglia di lei per inferiorità di rango o di censo o, peggio, perché in contrasto con calcoli biechi connessi a matrimoni combinati, non aveva molte possibilità di arrivare al matrimonio per vie, diciamo così, pacifiche. Spesso le ragazze venivano letteralmente vendute solo per unire patrimoni o per risollevare le sorti di casate impoverite. La donna era allora una semplice merce, anche se preziosa.”

Er iu pi amari a tia sugnu ’nta liti,
E tu pi amari a mia rran peni pati;
Ora, curuzzu, finemu ’sta liti:
Fujemuninni, e poi cu pati pati.Noto, Corrado Avolio
E io per amare te devo litigare,
e tu per amare me soffri grandi pene;
ora, cuore mio, facciamo finire i contrasti:
fuggiamo, e poi saranno gli altri a soffrire.

I versi proposti sono stati raccolti in tutta la Sicilia, quasi mai la donna si esprime autonomamente. “Non c’è più – rileva Giuffrida – la minima parvenza d’amore, c’è solo egoismo e voglia di possesso. Il maschio dominatore […] rapisce e poi stupra, sottomette, domina: esercita il suo potere di presunto uomo, forte di una tradizione creata da altri uomini e imposta, fatta accettare a tutti, vittime comprese”.

Un modo di pensare diffuso che, però, nella stessa Sicilia trovò chi ebbe il coraggio di rimetterlo in discussione. Il “granello” di sabbia che riuscì a inceppare un ingranaggio apparentemente immodificabile fu Franca Viola che, rapita da un pretendente, legato a una famiglia mafiosa, sempre respinto, non accettò il matrimonio riparatore e fece andare in galera il suo stupratore.

Secondo l’art. 544 del Codice Penale, infatti, il matrimonio avrebbe estinto il reato di rapimento e stupro, anche nel caso di vittima minorenne.
Era il 1966, ci vollero ancora quindici anni perché quell’articolo fosse abolito. Ci piace, perciò, concludere con le parole di Franca Viola: “Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile. Io l’ho fatto in una Sicilia molto diversa; loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori.”

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