Espulsione, in alcune occasioni respingimento, in altre rimpatrio: sono i termini con cui viene descritto l’allontanamento “degli stranieri che non hanno, o non hanno più, diritto all’ingresso o alla permanenza nel territorio di uno Stato”. Di riammissione‘ parla Jean-Pierre Cassarino nel breve saggio “Migrazioni temporanee. L’altro volto del sistema europeo della riammissione”, pubblicato all’interno del “XXIII Rapporto Immigrazione 2013” della Caritas e della Fondazione Migrantes, dedicato al rapporto tra crisi e diritti umani.

Riammissione è infatti il termine utilizzato negli accordi bilaterali  che sempre più spesso vengono stipulati dai paesi europei con i paesi da cui parte la migrazione, anche nei casi in cui viene prevista in forma indiretta e informale.

Si tratta, scrive Cassarino, di un sistema coercitivo che ha due risvolti.

Per un verso può mettere in pericolo la sicurezza del cittadino straniero che venga trasferito fisicamente in un paese soggetto a conflitti interni o dove la migrazione irregolare è punita dalla legge.

Per l’altro verso, nel paese che era stato meta della migrazione, l’intervento di ‘riammissione’, cioè di rimpatrio dei cittadini stranieri, ha invece spesso l’effetto di consolidare la credibilità delle autorità statali, che vengono presentate dai media come capaci di “gestire una situazione di crisi o di emergenza, reale o presentata come tale”.

Il controllo delle frontiere, la proliferazione di centri di detenzione, le espulsioni contribuiscono a rendere più visibile e forte, agli occhi dell’opinione pubblica, la presenza dello Stato sovrano, soprattutto in periodi di crisi economica e di scarsa coesione sociale.

Oltre che un mezzo per “contrastare la migrazione illegale”, la pratica della riammissione è stata “usata come uno strumento volto a scoraggiare i lavoratori migranti regolari ad oltrepassare il termine del loro contratto di lavoro temporaneo”.

La riammissione ha quindi, secondo Cassarino, non solo una funzione coercitiva ma anche una funzione regolatrice all’interno di un mercato del lavoro sempre più caratterizzato da precarietà e ‘flessibilità’ non solo per i lavoratori immigrati ma anche per quelli autoctoni.

Quali le conseguenze? Assicurando la temporaneità del lavoro dei migranti si intacca la loro possibilità di “usufruire dei diritti e di essere protetti dalla vulnerabilità e dallo sfruttamento”, si mina il processo di “inserimento sociale nei paesi di destinazione e si rende più difficile la realizzazione delle loro aspirazioni lavorative”.

Libertà di associazione e di sindacalizzazione, trattamenti salariali e condizioni lavorative decenti, formazione e apprendistato, protezione sociale e ricongiungimento familiare (non contemplato affatto -in alcuni stati- per i lavoratori stranieri temporanei) sono alcuni tra i diritti di cui non potranno usufruire.

Cassarino ritiene che sia stata la crisi petrolifera del 1973 a costituire il punto di partenza della deregolamentazione del mercato del lavoro voluta dalle politiche neo-liberiste tutt’ora dominanti. Parallelamente ad essa è cresciuta -di converso- una maggiore regolamentazione dei flussi migratori.

La provvisorietà è diventata quindi una caratteristica del lavoro non solo per la manodopera straniera ma per la manodopera tout court. Cresce il numero dei lavoratori a tempo determinato, dei lavoratori part-time, dei tirocinanti, cresce cioè il precariato, sempre più diffuso in Europa, e i precari hanno dovuto ridimensionare le proprie aspirazioni sociali.

“L’incertezza, la crescente instabilità, la scarsa protezione e l’esposizione maggiore alla vulnerabilità se non alla sudditanza – accomunano i lavoratori a tempo determinato, sia stranieri che autoctoni”, scrive ancora Cassarino.

E’ cambiato il modo stesso di intendere il lavoro, sempre più associato alla precarietà, alla “mobilità limitata in termini di carriera e di sviluppo personale in seno all’azienda e, in modo ancora più inquietante, all’idea secondo la quale le risorse umane e le competenze professionali siano sostituibili a volontà”.

Come affermato da Richard Sennett, si può parlare di un sistema “dove ognuno ha il sentimento di essere inutile […] e la gente è trattata come superflua”.

Esiste quindi un evidente e condiviso destino tra i diritti circoscritti dei lavoratori migranti temporanei e quelli ugualmente circoscritti di un crescente settore di forza lavoro autoctona.

“Ovviamente -conclude Cassarino- la spada di Damocle non è minacciosa in egual modo per i lavoratori stranieri e per quelli autoctoni. Tuttavia la mano che la mantiene sopra le loro teste è la stessa”.

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