Lo sgombero è avvenuto ieri, il chiosco ormai inutilizzato di viale Marco Polo non c’è più. A smantellarlo ha provveduto il Comune che questa volta non ha nemmeno la speranza di recuperare le spese, trattandosi di una struttura di proprietà non definita.

Apprezzabile l’intervento dell’amministrazione, a patto che non rimanga circoscritto ad un singolo caso, in particolare ad una struttura ormai in disuso, ma esprima la volontà di ristabilire un certo decoro della città.

Ci attendiamo quindi molti altri simili interventi nei prossimi giorni perchè Catania è invasa da strutture che riempiono i marciapiedi e talora le sedi stradali o prolungano in modo arbitrario spazi esterni autorizzati.

Dov’era l’amministrazione mentre l’appropriazione di questi spazi pubblici veniva (e viene ancora) portata a compimento, secondo un costume dilagante? Perchè non vengono rimosse nemmeno le strutture più invasive e visibilmente illecite?

Sono solo alcune delle domande che sorgono spontanee, in genere senza la certezza di pervenire a risposte soddisfacenti.

Se si dovesse procedere a tappeto sulla strada della rimozione delle strutture a vario titolo abusive, bisognerebbe avere il coraggio di non guardare in faccia nessuno, di non ammettere eccezioni, di procedere inesorabilmente da un estremo all’altro di ogni via, senza trascurare le piazze e i terreni prospicienti la strada.

Un comportamento rigoroso e coerente che non è facile tenere. Non solo perchè ci sono gli amici che fanno pressione, i personaggi influenti che non è opportuno toccare, i criminali di cui avere paura. C’è anche, forse soprattutto, un elettorato diffuso che non va scontentato pena l’impossibilità di essere rieletti e continuare la propria carriera politica.

Ammettiamo pure che queste perplessità siano infondate e che i nostri amministratori vogliano agire in vista dell’interesse comune, senza compromessi e cedimenti.

C’è un altro ostacolo da superare, e non è cosa da poco. Gli sgomberi comportano spese e l’amministrazione non ha soldi. Vero è che le spese dovrebbero essere poi recuperate, non per nulla si parla di “sgomberi in danno”, vale a dire rimozioni i cui costi devono, in ultima istanza, essere pagati dai proprietari inadempienti, tenuti a rimborsare al Comune le somme che ha anticipato.

Eppure qualcosa non quadra perchè il Comune di fatto non recupera quasi mai i soldi che ha speso e accumula crediti su crediti, non riscossi.

Quando, in genere dietro segnalazione, l’amministrazione si attiva, il primo passo viene compiuto dai vigli urbani che accertano l’abuso, impongono una multa e intimano lo sgombero. Se, allo scadere dei 90 giorni previsti, verificano il mancato adempimento, fanno un verbale di inottemperanza.

La palla passa all’ufficio addetto agli sgomberi, che organizza l’esecuzione dei lavori, il cui costo ricade -in questa fase- sulle casse del Comune. Nuovo passaggio di consegne: il recupero delle somme coinvolge altri uffici, la Ragioneria e l’Avvocatura.

Dove e perchè l’iter si blocca? Non ci sono strumenti per imporre la restituzione? Non si possono fare decreti ingiuntivi o caricare sulla cartella esattoriale dei proprietari inadempienti il costo sostenuto dall’amministrazione?

Le nostre sono solo ipotesi ma i tecnici, ragionieri o avvocati che siano, sanno di certo quali strumenti sia possibile e opportuno utilizzare per recuperare i soldi che la pubblica amministrazione (e quindi noi tutti) ha speso per restituire alla collettività lo spazio di cui qualcuno si era illecitamente appropriato.

Sempre che ci sia la ferma volontà di portare fino in fondo l’operazione, non solo nel caso che interessi il signor nessuno ma sempre e comunque, perchè le regole sono regole e valgono per tutti.

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