Lager o albergo a cinque stelle. Sembrano non esserci posizioni intermedie nei giudizi sul Cara di Mineo. Certo, a dover proprio scegliere, saremmo portati a vederlo come un ghetto isolato, anche fisicamente, dal contesto.

Non tutti sono, però, del nostro avviso. Non lo è Anna Aloisi, sindaca di Mineo e presidente del Consorzio ‘Calatino terra d’accoglienza’ che ha disposto una visita-ispezione di parlamentari della provincia di Catania che potesse acclarare incontestabilmente che il Cara non è un carcere medioevale e far cessare le opinioni contrarie e le “strumentalizzazioni” della stampa.

Proprio per supportare questa tesi, ecco che Mineo e il Cara sono diventati alcuni giorni fa spettacolo e anche metafora, parabola e modello d’integrazione tra il Centro e il paese che, peraltro, dista più di 10 chilometri non collegati da linee di trasporto di sorta se non i taxi abusivi. Dall’interno della struttura un pulmino porta a scuola i ragazzini offrendo un passaggio a qualche ‘ospite’ della struttura. Troppo poco non solo per gli attuali 4000 residenti ma anche per i precedenti 2000.

Mineo e Cara sono approdati a Roma, alla Camera dei deputati prima e in teatro poi, con una commedia scritta da Massimiliano Perrotta e diretta da Walter Manfrè dal titolo “I Meneni“, appunto gli abitanti di Mineo. Protagonisti naturalmente, oltre ai suddetti Meneni, gli ospiti del Cara di Mineo, il centro di accoglienza per richiedenti asilo più grande d’Europa.

Dice Paolo Ragusa presidente del Consorzio Sol. Calatino: «Il progetto “Teatro Mediterraneo” valorizza l’esperienza del Cara di Mineo quale grande centro di promozione della persona umana. Inoltre questa iniziativa è coerente con l’obiettivo di fare di Mineo e del Calatino la capitale dell’incontro multietnico nel Mediteranneo». Un target premiato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha insignito gli organizzatori con una medaglia al merito.

Al di là del valore artistico dello spettacolo, restano aperte alcune domande sul progetto ‘Teatro Mediterraneo’ promosso nel 2013 proprio dal Consorzio sociale Sol.Calatino e dal Consorzio Catatino Terra d’Accoglienza, costituito dai comuni del comprensorio, cioè da chi gestisce il Cara e dai Comuni che dalla presenza di questo Centro ricevono dei vantaggi, quanto meno occasioni di lavoro per i propri abitanti.

Come dire, che il Cara promuova lo sviluppo della persona se lo dicono da sé… Quanto all’integrazione, sarà magari avvenuta tra chi ha partecipato alla preparazione e all’allestimento dello spettacolo. E tutti gli altri?

E perchè tacere sulle problematiche inevitabilmente create dalla forzata convivenza di uomini e donne di etnie e culture diverse, ammassati in questa enclave?

Lascia perplessi anche il fatto che, nella conferenza stampa di presentazione dello spettacolo, per definire il Cara si rispolveri la sdolcinata denominazione di “Villaggio della solidarietà”, utilizzata agli albori, quando il ‘Villaggio degli aranci’, abbandonato dagli Americani di Sigonella fu preso in costoso affitto dall’allora ministro Maroni.

Teatro, dunque, ma anche film, anzi docufilm. Il titolo è “Io sono io e tu sei tu” di Rosario Lizzio e Tiziana Bosco, marito e moglie, sceneggiatore e regista, del quale abbiamo parlato in un altro post. Il film non pare proprio una rappresentazione veritiera della vita al Cara. Più fiction che documentario non denuncia il disagio dei migranti ma privilegia il racconto dell’amicizia inventata tra due bambini, uno italiano e l’altro africano che fra l’altro sembra quasi che percorrano a piedi 11 chilometri, fino al più vicino centro abitato.

E senza nemmeno far ricorso ai tassisti improvvisati (La Sicilia, 05/04/2014). I protagonisti di questo nuovo redditizio lavoro sarebbero alcuni nordafricani, talora senza patente perché mai ottenuta, a bordo di auto capienti alcune volte rubate, che trasportano i migranti da Catania a Mineo con tariffe che vanno dai 3 ai 5 euro. Una delle tante illegalità fiorite dentro e accanto al Cara di Mineo.

Ma torniamo al film. Quel che balza agli occhi in modo evidente è un conflitto di interessi. Lizzio, sceneggiatore del film è infatti l’addetto stampa del Cara mentre il produttore è Integra, una costola delle società che gestiscono lo stesso centro.

Sarebbe bastato sentire i migranti e, anche se rifiutavano di essere ripresi, ricorrere, qui sì alla fiction, per raccontare le loro storie.

Cosa che ha fatto, una testata su tante, L’Unità, con nomi e cognomi. “Pensano che siamo stupidi e muti” dicono i migranti intervistati e ancora “ In Libia avevamo una speranza. Qui no”.

Giudizio negativo anche da parte del coordinamento dei Consiglieri comunali del Calatino dopo la visita ispettiva effettuata domenica 13 aprile 2014 al seguito del deputato nazionale di Sel Erasmo Palazzotto. Nel corso di una conferenza stampa sono state mostrate alcune immagini del campo. Sovraffollamento, precarie condizioni igienico-sanitarie, mensa inadeguata per numeri così grandi, tempi lunghissimi per avere i documenti: più che come un centro di accoglienza il Cara di Mineo appare come un campo profughi dove le condizioni di vivibilità sono inaccettabili. Così ilsettemezzomagazine.it, Cara Mineo double face

Una nota pubblicata nel blog del Centro, però, smentisce «Agli immigrati ospiti del Cara vengono dati tutti gli strumenti necessari per affrontare una nuova vita in maniera dignitosa. Alcuni purtroppo non ne vogliono approfittare, così come alcuni siciliani si rifiutano di lavorare e preferiscono rubare. Le società sono simili, dappertutto e indipendentemente dal colore della pelle. O Palazzotto la pensa diversamente?».

Come a dire: visto che le foto parlano chiaro ed è impossibile negare meglio attribuire la colpa ai migranti.

Ma c’è chi propone soluzioni alternative ai centri di accoglienza per richiedenti asilo. Secondo il responsabile immigrazione dell’Arci Filippo Miraglia i grandi centri, i campi per stranieri, vanno chiusi. “Hanno costi enormi – dice- impatto negativo sul territorio, investimenti di risorse per la sicurezza spropositati e risultati sugli ospiti deleteri…. Si può gestire l’accoglienza, anche la prima accoglienza, in piccoli centri. Come dimostra l’operazione che sta gestendo in questi giorni il Ministero dell’Interno con le prefetture”

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