“Angilu era e non aveva ali/ non era santu e miraculi facìa… era l’amuri lu so capitali….” E’ il ritratto e l’omaggio in versi che il grande poeta siciliano Ignazio Buttitta ha dedicato a Salvatore, Turiddu, Carnevale. Bracciante e sindacalista di Sciara, assassinato il 16 maggio del 55, a 31 anni, perché dava fastidio a latifondisti, “soprastanti” e mafiosi come difensore dei diritti dei braccianti agricoli, perché “suppurtari non putìa l’abuso di lu baroni e di lu mafiusu”.

Aveva fondato la sezione del Partito socialista italiano del suo paese ed organizzato la Camera del lavoro; rivendicato per i contadini la ripartizione dei prodotti agricoli e organizzato l’occupazione simbolica delle terre. Fu quindi arrestato e, uscito dal carcere, si trasferì per due anni in Toscana.

Tornato in Sicilia nel 54, fu nominato segretario della Lega dei lavoratori edili di Sciara. Il fatto di essere sindacalista non lo esonerava però dal lavoro. All’alba mentre percorreva una mulattiera che lo avrebbe condotto ad una cava di pietra dove si guadagnava da vivere, i killer lo raggiunsero e lo uccisero. Tre giorni prima di essere assassinato era riuscito ad ottenere le paghe arretrate dei suoi compagni e il rispetto della giornata lavorativa di otto ore.

Del suo omicidio vennero accusati Giorgio Panzeca, Antonio Mangiafridda e Luigi Rocco, soprastante della principessa Notarbartolo. Nel processo, la parte civile costituita dalla madre Francesca Serio, fu rappresentata dal futuro presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini. Dall’altra parte a difendere i tre imputati che vennero condannati all’ergastolo, c’era un altro futuro presidente della Repubblica, Giovanni Leone. In appello e in Cassazione il verdetto fu ribaltato e i tre imputati furono assolti. Alla sua vita si ispirarono liberamente Valentino Orsini e Paolo e Vittorio Taviani, registi del film “Un uomo da bruciare”.

Qualche parola merita anche Francesca Serio, mamma Carnevale, una madre coraggio, che accusò i mafiosi di Sciara responsabili dell’omicidio, partecipò ai processi che si tenevano fuori dalla Sicilia, costituendosi parte civile e dopo la morte del figlio ne raccolsee l’eredità, continuando ad accusare i mafiosi e denunciando l’inerzia colpevole delle forze dell’ordine e della magistratura.

Vedova, per tirare su da sola quell’unico figlio, era andata a lavorare nei campi. Così ne parla Carlo Levi ne Le parole sono pietre: «Andavo a lavorare per campare questo figlio piccolo, poi crebbe, andò a scuola ma era ancora piccolino, così tutti i mestieri facevo per mantenerlo. Andavo a raccogliere le olive, finite le olive cominciavano i piselli, finiti i piselli cominciavano le mandorle, finite le mandorle ricominciavano le olive, e mietere, mietere l’erba perché si fa foraggio per gli animali e si usa il grano per noi, e mi toccava di zappare perché c’era il bambino e non volevo farlo patire, e non volevo che nessuno lo disprezzasse, neanche nella mia stessa famiglia. Io dovevo lavorare tutto il giorno e lasciavo il bambino a mia sorella. Padre non ne aveva, se lo prese mio cognato qualche anno a impratichirsi dei lavori di campagna».

Anche di Francesca parla la ballata di Ignazio Buttitta, cantata dal cantastorie Ciccio Busacca, “Lamentu ppi la morti di Turiddu Carnivali” che vi riproponiamo

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