Un Festival del cinema di frontiera in cui la frontiera non è intesa come territorio ai margini ma come “la parte situata di fronte” per cui i film provenienti da tanti luoghi diversi diventano occasione di confronto. Di questo e d’altro ci parla Giuseppe Strazzulla, appassionato cinefilo, facendoci rivivere il clima e le emozioni di chi è stato presente.

Per il cinefilo che – giocando sulle parole – si diletti a cercare un “filo” nel cinema mantenendo la rotta verso un orizzonte significante e insieme libero, la frequenza di un festival comporta un lavoro non indifferente. Si tratta di seguire tracce, odorare segnali, costruire percorsi, nella metaforica certezza che non tutto si può vedere, seguire, sapere… Non di rado, il frammento svelatore si cela negli interstizi di riempimento tra una proiezione e l’altra, nell’istante indimenticabile, nell’aria che si respira intorno ai film…

E così, lo scenario del Cinema di Frontiera di Marzamemi risulta decisivo per la codificazione del linguaggio del Festival. Il villaggio di pescatori, appena un po’ svenduto al consumismo da poveri, e la sua splendida piazza, che fatica a resistere alla stretta dei localini modaioli, mettono la loro estetica “orizzontale” al servizio di un’idea di cultura espressa già dalle intenzioni dell’organizzazione (del suo direttore, Nello Correale): frontiera, non come territorio ai margini, ma come la parte situata di fronte, e ancora Cinema di frontiera inteso nel suo valore simbolico, oltre che geografico nell’accezione più ampia del termine.

Frontiera non come limite, confine, ma finestra sull’universo, sugli universi circostanti e opposti. Cinema interculturale che cerca i caratteri congiungenti tra i popoli più che quelli divisori.

Il grande schermo issato in piazza ogni sera (pregando il vento di non voler infierire) sembra ancora ripetere simbolicamente il cinema itinerante di tanti anni fa, la meravigliosa esperienza “straniante” che arrivava fino a casa tua.

E anche i film arrivano spesso da un “altrove”, geografico o creativo. I sei film in concorso venivano da luoghi molto diversi: l’Italia, Barcellona e la Patagonia (Il mondo fino in fondo di Alessandro Lunardelli); la Germania (Hanna Arendt di Margarethe Von Trotta); la Palestina, attraverso una produzione franco-belga-tedesca (Un insolito naufragio di Sylvain Estibal); il Canada (Gabrielle di Louise Achambault); il Messico (La Jaula de oro di Diego Quemada, vincitore del concorso); l’Italia e il Belgio (Marina di Stiin Coninx); accomunati tutti da esperienze in qualche modo “di frontiera”, quando letteralmente (come nel caso del film vincitore: il viaggio di tre eroici ragazzini per superare la frontiera tra Messico e Stati Uniti), quando piuttosto come ricerca di una esperienza di vita, del significato stesso della storia umana, della diversità come dimensione “altra”, della solidarietà inaspettata, del riscatto sociale attraverso la creatività. Storie di cinema, insomma, che somigliano soltanto alle storie delle nostre vite di cui spesso non cogliamo il significato.

Ma, dicevamo, il bello dei festival sta nelle cose “altre”, nella frontiera, nel margine tra un’esperienza visiva e l’altra. Anche qui è andata così: le chicche dei lavori di montaggio con l’archivio dell’Istituto Luce di Roland Sejko (il materiale completo sarà presentato alla Mostra del Cinema di Venezia), le performance musicali dei fratelli Mancuso (emozionante l’accompagnamento delle immagini di un’eruzione dell’Etna e di un peschereccio inglese, entrambi del 1909), le riproposizioni in piazza di due film delle retrospettive (a Pachino, nel pomeriggio) dedicate a Vitaliano Brancati (Don Giovanni in Sicilia, 1967, di Alberto Lattuada) ed a Pietro Germi (Sedotta e abbandonata, 1964), l’omaggio a Nino Manfredi (Pane e cioccolata, 1973, di Franco Brusati), il colpo in anteprima del corto di animazione I love Hitchcock di Guido Manuli, fino al tradizionale accompagnamento musicale dal vivo di un classico del cinema muto (quest’anno, Safety Last di Fred Newmeyer, chi non ha mai visto l’immagine di Harold Lloyd appeso al grande orologio del grattacielo?), e ancora gli ospiti, dai giovani attori emergenti Filippo Scicchitano (ricordate Scialla?), Tea Falco (la catanese che ha recitato per Bertolucci) , e Elit Iscan (una ragazza turca di cui sentiremo parlare) all’ex giovane Aldo Puglisi (indimenticabile protagonista del film di Germi), all’amica di sempre del festival Donatella Finocchiaro, premiata per il ruolo della mamma in Marina (sì, quella della canzone famosissima).

Tutto questo sul palco e sullo schermo in piazza. Ma il cinefilo decide spesso di frequentare lidi meno affollati, meno scontati, e rivolgere il suo sguardo al cortile di Villadorata, dove può godersi i film del concorso cortometraggi (ha vinto Eppure io l’amavo di Cristina Puccinelli), oppure alla Tonnara, sul retro dello stesso palazzo, dove si svolge la rassegna “Lampi sul Mediterraneo”, film un po’ particolari, fuori dal circuito commerciale più usuale (solo pochi titoli, tra una ventina presentati: Attraversando il Bardo di Franco Battiato, presente al Festival; Più buio di mezzanotte di Sebastiano Riso; Il toro di Wall Street di Nello Correale; Sedia elettrica. Making off di Io e te di Bertolucci di Monica Stambrini; I fantasmi di San Berillo di Edoardo Morabito).

Insomma: festival di migranti delle immagini, festival del superamento delle frontiere. Festival che, a parere di chi scrive, può ancora crescere se riesce a limare il confine tra l’impegno e la fruizione democratica della cultura.

Per far questo, bisogna intervenire sulla razionalizzazione dei tempi e degli spazi, e responsabilizzare ancora di più i già “eroici” ragazzi dell’organizzazione. Le garbate (e spesso interessantissime) “Chiacchiere sotto il fico” (presentazioni di libri, dibattiti, riflessioni sulla politica del cinema) andrebbero anticipate (e rese puntuali) per non interferire con lo sport più praticato dal cinefilo, la caccia al posto in piazza che va effettuata nell’arco temporale 20-20.15 (quando la serata inizia alle 21.30) impedendo per l’appunto di chiacchierare sotto il fico, ambiente per altro accogliente e riposante.

Sembrano bazzecole da vacanziere, ma il problema dell’affollamento è reale: qualcuno propone addirittura di far pagare un biglietto (magari a prezzo simbolico) per la piazza, ma questo sarebbe in contrasto con lo spirito popolare dell’abbattimento della frontiera… E poi, quanti problemi comporterebbero la chiusura della piazza, i controlli, la penetrazione degli umori e dei rumori dell’ambiente circostante… Insomma, chi vorrebbe un festival blindato?

Il festival del cinema di frontiera di Marzamemi è ormai un patrimonio culturale della zona e di tutti coloro che amano il cinema. Negli anni prossimi, con la passione degli organizzatori e la partecipazione attiva dei fruitori, può crescere ancora nel senso di collettività consapevole e socializzante, spezzando ogni confine, superando ogni frontiera.

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