Appartengono alle ‘categorie fragili‘ i migranti in transito ospitati recentemente in via Delpino, nella casa di accoglienza don Pino Puglisi, bene confiscato alla mafia e concesso in comodato d’uso al Centro Astalli.

Nonostante avesse ormai le carte in regola e fosse arredato e pronto per ricevere quasi trenta persone, questo ‘rifugio’ è rimasto fino a pochi giorni fa inutilizzato.

Un paradosso se si pensa alla necessità di reperire strutture idonee all’accoglienza, diverse dagli squallidi palazzetti sportivi, per fronteggiare l’emergenza sbarchi che da qualche tempo coinvolge anche la nostra città.

Spesso i migranti sono rimasti in strada, abbandonati a se stessi, anche se -per passaparola- molti di loro si sono rivolti ai servizi diurni del Centro Astalli per avere assistenza medica o legale, o anche solo per fare una doccia. Adesso pare che la casa don Puglisi cominci ad essere presa in considerazione per dirottarvi soprattutto famiglie con bambini e persone in situazioni di particolare fragilità.

E’ il caso di una famiglia di siriani con quattro figli minorenni, di cui uno disabile, per il quale è stato necessario reperire una sedia a rotelle. Se due genitori di una certa cultura e non privi di mezzi decidono di affrontare un pericoloso viaggio per mare facendo correre ai propri figli rischi non indifferenti, ciò avviene perchè sono costretti da una necessità stringente e consapevoli che non esiste alternativa nella propria terra di origine se non la morte o, ancor più temuto, l’arruolamento forzato dei ragazzini.

Molti dei migranti approdati sani e salvi in Sicilia, anche quelli che hanno usufruito di una accoglienza più che dignitosa nella casa don Pino Puglisi, stanno già proseguendo il viaggio, intenzionati a raggiungere il Nord Europa dopo aver recuperato il denaro necessario, sfuggendo all’identificazione che li fermerebbe a tempo indeterminato nel nostro paese.

Gli accordi di Dublino prevedono infatti l’avvio della procedura di asilo politico nel paese in cui si è sbarcati e chi arriva in Italia è spesso al corrente del fatto che qui le procedure sono molto lente e l’accoglienza -in genere- non decorosa.

Tra i soggetti ‘fragili’ inviati alla casa don Pino Puglisi c’è stata anche una giovane donna eritrea incinta, una ragazza giovane e bella con in grembo il frutto di una delle violenze subite.

In ansia per aver perso di vista una presunta sorella, probabilmente un’amica con cui ha attraversato il mare, ha fatto di tutto per ritrovarla. Quale destino la attende adesso che, nonostante l’impegno profuso dai volontari dell’Astalli e dai loro mediatori culturali, non ha accettato di rimanere in quel luogo sicuro e ha preferito allontanarsi con la sua ‘amica ritrovata’ e con un gruppo di connazionali dalle caratteristiche a dir poco inquietanti?

Non l’ha convinta nemmeno la prospettiva di ricevere, in forza della gravidanza, la protezione e tutti i necessari servizi di tipo medico. Con quanta consapevolezza corre adesso verso un probabile futuro di sfruttamento sessuale e di più o meno larvata schiavitù?

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