TrabonellaDesertificazione. Questa parola aleggia come un avvoltoio su un cadavere in avanzato stato di putrefazione. Ed è la sensazione che si prova a leggere l’ennesimo de profundis che il Rapporto Svimez delinea sullo stato dell’economia del Mezzogiorno.

Bastano poche cifre per dare un’idea della situazione: in termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2013 è sceso al 56,6% del valore del Centro Nord, tornando ai livelli del 2003; in valori assoluti, a livello nazionale, il Pil pro capite è stato di 25.457 euro, le regioni del Mezzogiorno hanno segnato 16.888 euro, in Sicilia si scende ancora a 16.152.

Negli anni di crisi 2008-2013 al Sud i consumi di delle famiglie sono crollati quasi del 13% mentre le famiglie assolutamente povere sono cresciute oltre due volte e mezzo, il 40% in più solo nell’ultimo anno.

Nel quinquennio della crisi la riduzione del valore aggiunto è stata più intensa al Sud in tutti i settori produttivi.

Solo l’agricoltura sembra reggere meglio pur perdendo ancora nel 2013 lo 0,2% al Sud, mentre il centro-Nord guadagna comincia a dare dei segni di ripresa con un debole +0,6%.

A proposito del numero di occupati, sceso al livello del 1977, scrivono i ricercatori della Svimez: “Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro”.

La mancanza di prospettive è esemplificata al Sud dalla diminuzione nel quinquennio del 53% degli investimenti nell’industria e dalla perdita del 27% del proprio prodotto.

logo SVIMEZE’ a questo proposito che il rapporto dello Svimez sottolinea soprattutto il rischio (o la realtà già in atto?) della desertificazione industriale: “Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.”

Si tratta, a nostro parere, di un allarme più che giustificato in quanto se è vero che i principali motori dell’economia meridionale, e siciliana in particolare, dovrebbero essere l’agricoltura e il turismo -motori che possono girare a regime solo nelle città d’arte e nelle campagne- non è possibile pensare che i grandi centri urbani, e non solo, possano fare a meno di un apparato industriale.

Semmai la questione riguarda la tipologia e la dimensione di questa struttura industriale, una volta accertato che la politica delle cattedrali nel deserto è ormai al suo drammatico epilogo. La dimensione della piccola e media industria sembra essere quella più vicina alle esigenze dell’isola, con produzioni da un lato complementari alle sue naturali vocazioni economiche e dall’altro con uno sguardo rivolto alle nuove tecnologie informatiche e hi-tech.

Le uniche cifre del Rapporto che sono precedute dal segno più sono quelle relative alla crescita del numero di disoccupati e quelle, correlate, del numero di emigranti. E infatti, l’aspetto più preoccupante della desertificazione non è tanto l’insieme degli indicatori economici negativi, da cui ci si potrebbe sollevare (ma stiamo solo vaneggiando) nel breve/medio periodo, quanto le sue ricadute sul piano umano e sociale.

Aumenta costantemente il numero dei poveri, si fanno sempre meno figli (il tasso di fecondità al Sud è arrivato a 1,34 figli per donna, inferiore comunque all’1,48 del Centro-Nord), ci si iscrive sempre meno all’Università, perché si inizia a credere che studiare non paghi più, emigrano -dopo essersi formati a spese delle loro famiglie- i giovani più preparati e qualificati (circa 200 mila i laureati emigrati nel decennio 2001-2011), alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano.

L’insieme di questi fattori rinvia infatti a un’onda lunga, una sorta di tsunami sociale, dal quale sarà estremamente difficile venir fuori, perché si tratta di indicatori che stanno dando origine a dinamiche che tendono ad avvitarsi su se stesse, innescando processi negativi che si alimentano reciprocamente con effetti moltiplicatori.

Il sintomo più preoccupante di questo quadro è la rassegnazione con cui i siciliani stanno assistendo a questa sorta di auto affondamento, incapaci come sono di uscire da una logica clientelare mentre continuano dar credito a una classe politica regionale che mette davanti a tutto i propri interessi di bottega.

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One Response to “Lo Svimez sul Mezzogiorno, la decrescita infelice”

  1. Salvatore Castro
    agosto 18th, 2014 at 17:58

    Eppur si muove!
    Si muove ancora l’interesse rapinoso di una classe politica e non solo che, in mezzo al “cimitero” economico e sociale, forse incapaci di rendersene conto, strappano gli ultimi lembi di carne ancora attaccata alle ossa. Molto meno poeticamente, si tratta di una congregazione di “ultimi” che finalmente arrivati al tavolo precedentemente imbandito per i vecchi signori ormai dileguati, si “atteggiano” senza averne le minime capacità in una confusione che impasta padroni, imprenditori, sindacati, politici, affaristi di ogni genere e risma con proclami, parole d’ordine vuote di ogni significato e un lasciar fare a destra e a manca, un arrangiatevi, che toglie il respiro e la speranza. Occhi ed orecchie attente ad ogni rivolo finanziario proveniente o promesso dalla comunità per poter ancora una volta favorire amici incapaci e proliferare debiti per una generazione di giovani massacrata dalla demagogia imperante, oggi in Regione con una composizione eterogenea e simile agli integralisti religiosi, dove (è il caso di e-servizi) l’incapacità tecnica viene supplita dalla “missione moralizzatrice”.
    E’ il caso del famigerato “click-day”, naufragato sulla tastiera di migliaia di calcolatori per opera di ferocissimi Hacker (così ha immaginato la Sig.ra Scilabra) e non già dal rinomato vezzo di riadattare software altrui (per tirarci ancora qualche lira). Forse è il caso di dire ai lettori che solo tre anni fa l’avviso 7 ed 8 che prevedevano tirocini pagati ad 800€ e non a 500€ vennero fatti fallire o “morire nell’uovo” nonostante il frenetico lavoro fatto dai progettisti dalla formazione professionale perchè, girò voce, non si trovarono accordi sottobanco ( si pretendevano 200 euro al mese per tirocinante) . Allora la crisi non mordeva così forte e forse avrebbe avuto un senso preventivo spingere; oggi ritengo sia parzialmente inutile, vista la conclamata incapacità di programmazione della regione siciliana, in questo aiutata da Confindustria (che risente ancora la mancanza di stagnini e falegnami!!!), dell’università più impegnata ad occupare edifici (il caso di Catania nell’antico corso) che a risalire la graduatoria mondiale che proprio “non ci vede”.
    Se questi sono gli attori, quale film potremo mai vedere?

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