Argo ha pubblicato neiPresti, uovo Etna, uovo di Roc giorni scorsi un commento all’idea del mecenate Antonio Presti di dotare l’Etna di un’opera d’arte, un uovo d’oro, simbolo di vita, bellezza, fertilità e armonia. Sulla pubblicazione, la redazione storica di Argo non è – ed è forse la prima volta – d’accordo. Ada Mollica prende le distanze dallo scritto. Niente di male. Ce ne sarebbe, invece, se il silenzio celasse un’unanimità che, in questo caso, non c’è.

Mi piacciono le uova. Sode, à la coque, strapazzate o ricoperte di lamine d’oro, vero o falso che sia. Non mi è piaciuto, quindi, il post sull’uovo di Presti, per i suoi contenuti, e perchè non considero positivo provare ad avviare una riflessione utilizzando un pezzo peraltro anonimo, proposto da un lettore, così fortemente, e a mio parere inutilmente, polemico.

Anche perché nel nostro blog abbiamo scelto, un po’ come dei moschettieri post litteram, uno per tutti , tutti per uno, di non firmare individualmente i pezzi, assumendocene, conseguentemente, una maternità/paternità collettiva.

In questo caso non è andata così. Al rientro da una vacanza ho trovato bell’e postato il commento alla proposta di Presti di valorizzare il territorio dell’Etna con la realizzazione e la posa di una nuova istallazione, un grande uovo dorato.
Il nostro lettore, temo, non apprezzi l’arte moderna e contemporanea, né sa valutarne il valore. Si è fermato all’Umanesimo e al Rinascimento e non sa riconoscere altri Umanesimi e altri Rinascimenti non meno importanti di quelli quattro-cinquecenteschi.

Non sa che mai Antonio Presti deturperebbe il paesaggio. Che le opere d’arte possono solo accrescerne il fascino.
Forse non è mai stato a Fiumara d’arte dove, emozionati, da tutto il mondo accorrono ad ammirare il perfetto connubio tra arte e natura, artisti, studenti, docenti, giornalisti, gente comune.

Incomprensibili manufatti in cemento e ferro? La finestra sul mare di Festa? Il Labirinto di Arianna di Lanfredini? 38esimo parallelo di Staccioli ? Ma sappiamo almeno che stiamo parlando di un immenso museo a cielo aperto che coinvolge e valorizza cinque comuni e il letto di un antico fiume?

Inaccettabile, poi, la confusione tra la Fondazione Presti e le istituzioni. Dovrebbe essere Presti a salvaguardare la salute del vulcano o non i comuni e l’Ente Parco che non fanno abbastanza per l’Etna?

E infine. Davvero il nostro ingenuo lettore ha temuto che l’uovo d’oro possa essere ricoperto dal prezioso metallo a 18 carati e non da pigmenti senza valore e quindi rubato dal primo ladruncolo di passaggio?

No, caro lettore, Presti non è – come lei lo definisce in modo dispregiativo – il “mecenate di casa nostra”. Appartiene al Mondo perché dal mondo vengono seguite le sue attività come documentano le cronache riportate dalle testate internazionali delle quali Lei, evidentemente, ignora l’esistenza.
Ada Mollica — Argo

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7 Responses to “Argo ancora sull’uovo di Presti”

  1. Avevo commentato all’articolo al commento dell’ingenuo lettore in questione, ammetto con tanto rammarico perche’ e’ chiaro che viviamo in un territorio dove un popolo tende a rimanere gattopardiano, l’idea del cambiamento fa paura, senza pensare che un vero cambiamento e’ necessario per la nostra Sicilia. Mancano gli uomini, e quei pochi che si dedicano alla propria terra, alla gente, utilizzando i propri mezzi e strumenti di eccellenza come le scuole (vedi Antonio Presti), vengono criticati. Sosteniamoli invece, ben venga l’uovo d’oro, ben venga la rinascita, benvenuto Antonio Presti sull’Etna.
    Chapeau bas ad Ada Mollica e al suo articolo.
    Liliana Bruno

  2. A me le mie uova piacciono non fertilizzate.

  3. A proposito dell’Uovo di Presti e dell’Etna mi sono venute in mente alcune considerazioni che hanno a che fare ovviamente con la Natura e con l’Arte, e con il peculiare rapporto che lega entrambe.
    Non sono una particolare intenditrice d’arte, che pure amo ma seguo sempre di meno nel suo evolversi.
    Si può poi dire che si è o non si è intenditori della Natura? Certo che no, suona veramente strano, eppure…
    Intanto mi preme dire, pur non essendo io né una giornalista, né una storica dell’arte, né una docente o quant’ altro di professionalmente rilevante, ma solo “un’appassionata dilettante”, che l’opinione espressa nel primo intervento è larghissimamente condivisa da ampi strati di popolazione più o meno acculturati: l’arte dei nostri tempi è percepita come piuttosto incomprensibile, distante e poco emozionante.
    Forse perché esclusivamente concettuale, necessita di uno studio che ne agevoli la fruizione e questo nella migliore delle ipotesi e per quanto riguarda la sua parte migliore.
    Un’altra ipotesi è che… non ci sia niente da capire e per cui emozionarsi.
    L’arte antica al contrario non mi sembra fosse così poco leggibile, anzi mi pare di ricordare che avesse un intento apertamente didascalico: per esempio quando la povera gente entrava nelle cattedrali, tutto un mondo le si dipanava davanti agli occhi, un mondo a cui non avrebbe potuto accedere altrimenti, non sapendo leggere.

    Sono da poco tornata a Monreale con mia figlia di nove anni ed ho potuto constatare la medesima fruibilità: la bambina ha seguito bene il Grande Racconto, la Vecchia Storia l’ha potuta affascinare ancora, aiutata anche dai colori sontuosi, da invenzioni bizzarre e fantastiche….
    Il mio figlio maggiore invece, messo da ragazzino davanti alla Finestra sul mare di Festa, mi ha guardato come se avessi appena picchiato con la testa!
    Insomma, non m’importano le quotazioni astronomiche di Fontana: due tagli sulla tela, per quanto a lungo meditati, non mi bastano per andare in estasi, cioè uscire da me stessa, dal piccolo luogo angusto dove vivo quasi tutto il giorno ed essere trasportata verso qualcosa di più alto, bello, con una parola fuori moda, sublime!
    Ora, venendo alla natura: un paesaggio mediocre può forse essere reso più interessante da una mediocre opera d’arte?
    Non so rispondere, ma mi sembra di poter dire che paesaggi sublimi come quelli che si scoprono appunto andando sull’Etna non potranno ricevere alcunché da manufatti artistici, né mediocri, né grandi.

    Potrei dire che questi paesaggi sono come le cattedrali di un tempo: sontuosi, immediatamente fruibili da tutti, portatori di sapere, capaci di provocare estasi; eppure sento che non dico proprio la verità, perché tutto questo poteva essere vero tempo fa, quando l’uomo ERA nel paesaggio, lo viveva e sentiva di farne parte.

    Anche il povero nella cattedrale sapeva di far parte di quella storia che gli veniva narrata: lui, un piccolissimo anello di una catena infinitamente lunga e resistente; il borghese del cinque seicento viveva e passeggiava in mezzo ad opere che avevano per lui un significato ben preciso, che aveva commissionato, che raccontavano qualcosa della sua famiglia, della sua storia, della sua città…

    Le popolazioni che lavoravano il loro campo sull’Etna forse non si soffermavano sulla bellezza del paesaggio, ma conoscevano ogni cosa di quel mondo e tutto aveva per loro un preciso significato; quei contadini non godevano esattamente come noi di uno “spettacolo naturale”, semplicemente perché ne facevano parte, erano intimamente legati a quel paesaggio, a quel tramonto: lì era il loro posto nel mondo.

    Ora noi siamo un po’ lontani da tutto questo e vogliamo fruire della Natura come se fosse un’opera d’arte: e che opera d’arte! Sempre mutevole nel susseguirsi delle ore del giorno e delle stagioni, la possiamo gustare con tutti i nostri sensi: gli occhi tesi a carpire le innumerevoli sfumature di colore, le orecchie pronte a captare fruscii e versi di animali, i rumoreggiamenti della terra e del cielo, l’odorato ed il tatto a sentire la pelle impregnata di sole, pioggia, brezze di venti… altro che musei multisensoriali!

    Eppure, poiché oramai Altro da noi, abbiamo bisogno, per fruirne pienamente, di essere educati alla sua bellezza, di imparare a rispettarla, temerla ed amarla, perché questo mondo noi non lo conosciamo più, non ne comprendiamo l ’esatto significato, non sappiamo più qual è il nostro posto in esso.

    E l ’Arte qui non ci può proprio aiutare, la Natura non può essere addomesticata o resa più fruibile e comprensibile mescolandola ad un po’ di opere artistiche …
    Bisogna reimparare a conoscerla, da moderni abitatori di questa terra. Questo non può avvenire riempiendosi la testa di cartoline a colori con tanti bei paesaggi stampati sopra, in un mordi e fuggi da vita moderna: bisogna volere andare lunghe ore per sentieri, da soli ed anche in compagnia, volere immergersi in un mondo alieno coltivando la speranza che abbia ancora qualcosa da insegnarci, qualcosa da dirci .

    E non parlo solo di cose ovvie come il silenzio, la fatica, la frugalità, la solidarietà, la cura di ogni piccolo essere che vive indipendentemente ma anche intimamente connesso a noi, questo si scopre e s’impara abbastanza facilmente: parlo di un’altra cosa , molto più difficile da capire per noi uomini di oggi.

    Riaccostandosi alla Natura, vorrei dire con animo puro, cioè sgombro da pregiudizi e pretese, s’impara la Misura, e per prima la nostra misura, quella di noi esseri umani che viviamo in questo mondo. Non mi vengono in mente parole più comprensibili, eppure se si va in montagna amandola, ma anche sugli oceani o nelle isole, nei deserti, nelle foreste o sugli sterminati altopiani si finisce per capire cos’è.

    E si capisce che ogni cosa ha un proprio posto ed un significato, come anche il più piccolo essere vivente , e che “stare al proprio posto” una volta scoperto qual è, è la vera benedizione, e anche che, come cantava l’antico poeta , c’è un ritmo che governa il mondo: “impara il ritmo che governa la vita” .
    Ebbene, io penso che la Natura è ancora capace di insegnare questo ritmo che governa ogni cosa a chi lo vuole imparare .

    In conclusione al mio lungo discorso direi che, nel corso del tempo mi sembra di aver capito che la Natura non serve a “riempirci”, come fossimo sacchi, di bei paesaggi, emozioni, esperienze varie; la Natura, che ci sovrasta, che ci contiene, che ci accoglie, che ci ammaestra , ci “allarga” . Proprio quello che fa la vera opera d’arte, il capolavoro indimenticabile. Ambedue partecipano della stessa inesprimibile qualità, capace di scavare spazi dentro di noi.

    E sono spazi di grande libertà, di pace , di verità . Sono la giusta misura e il ritmo perfetto.

  4. Di questa faccenda, che mi è capitato di seguire per pura combinazione, mi sembra chiaro (sono anziano e antico) che è Presti a farsi valorizzare l’uovo dall’Etna, anziché il contrario. Con buona pace dei giovani e moderni adusi alle renziane ‘magnifiche sorti e progressive’ (non era Renzi? Però… che sbadato. Sono proprio un gufo. Dell’Etna).

  5. Grazie Santuzza per il tuo commento. Mi e’ piaciuto leggerlo e rispecchia quello che molti pensano.

  6. Ripropongo qui quanto pubblicato a commento dell’articolo sulla proposta di Presti

    Da secoli si discute circa “l’utilità” dell’arte, ma da oltre 100 anni, dopo il materialismo storico, la polemica si è talmente involgarita, da non suscitare oggi più alcuna attenzione. E’ degli ultimi anni, invece una rivalutazione di tutto ciò che non ha alcuna utilità economica, facendo inaspettatamente la fortuna di giovani filosofi come Nuccio Ordine (L’utilità dell’inutile). L’opera d’arte si presta al giudizio, è soggetta all’opinione e non desta scandalo il discuterne. Si può certo dibattere sulla realizzazione di un museo d’arte contemporanea sull’Etna, come ce ne sono diversi disseminati nel mondo (uno nella vicina valle del Belice), sapendo però che categorie come inquinamento, pulizia, non appartengono ai concetti dell’arte, ma a quelli, più miserevoli della vita umana. L’idea è intrigante: attraverso l’arte educare al bello, favorire una fruizione responsabile, esaltare ancora di più l’unicità della nostra montagna, pur nei limiti di quello che può rappresentare un insieme di opere d’arte. N.B. L’arte non cambia il mondo, ma ha contribuito a modificare le abitudini di 100.000 abitanti di Librino, i cui bambini hanno realizzato un’immensa opera d’arte, “La porta della bellezza”, che dal 2009, intatta ed immacolata, ne testimonia la sensibilità, sicuramente superiore agli amministratori che, di volta in volta, eleggono.

  7. Forse l’argomento dell’utilita’ dell’arte non suscita’ piu’ attenzione perche’ negli ultimi tempi l’arte non suscita piu’ emozione ed e’diventata un veicolo per il self-promotion.

    Come si possono paragonare i lavori di Tracy Eminem or di Damien Hirst aquelli dei grandi maestri. I dipinti e le statue dei grandi maestri sono allegorie, espressioni simboliche di un significato profondo attraverso scene mondane e religiose. I loro lavori sono magnifici perche’ raffigurano le scene che esplorano il significato delle storie della nostra vita e ci aiutano a interpretare il mondo che ci circonda.

    Eppure quando guardo la maggior parte delle opere d’arte concettuali non mi sento emozionata o meravigliata. Le forme dure e astratte e i lavori che puntano allo schock value mi stancano e mi ricordano che questi lavori sono dei manufatti che possono essere compiute espertamente da studenti delle scuole superiore. Mi lascino con il sentimento di essere stata manipolata.

    La natura invece non mi delude mai. Chi ha compiuto viaggi di trekkings per giorni senza vedere tracce umane sa sicuramente di che sto parlando. E’ un esperienza unica che ti innalza “dalle parti piu’ miserevoli della vita umana” e ti fa sentire umile e serena.

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