Dopo un terribile viaggio in mare, dopo lo sbarco, non potevano immaginare che li attendesse un trasferimento in città lontane e un incomprensibile ritorno a Catania, dove erano approdati.

Si trovano adesso nella casa di accoglienza Don Pino Puglisi, gestita dal Centro Astalli, sei minori stranieri non accompagnati arrivati nel nostro porto nello scorso mese di

maggio.

Per loro, non riuscendo a collocarli in nessuna struttura del nostro territorio, la Direzione Famiglia e Politiche Sociali del Comune di Catania aveva trovato posto in due comunità per minori di Benevento e Varese.

Trascorsi quattro mesi, non avendo ricevuto nemmeno un soldo per il loro mantenimento, le comunità hanno dichiarato di non poter più sostenere le spese necessarie a garantire la dovuta assistenza e i ragazzi sono stati riaccompagnati a Catania e affidati alla Procura e ai servizi sociali del Comune.

Sono attualmente ospitati nella casa di via Delpino, già individuata dal sindaco come ‘struttura ponte’, in attesa che si trovi posto per loro nello Sprar.

Vengono tutti, tranne uno, dal Mali, paese africano caratterizzato da una terribile situazione, figlia della guerra civile e di ‘attenzioni’ interessate da parte dell’occidente. Fenomeni di schiavitù ed eccidi di massa sono frequenti e i migranti che provengono dal Mali hanno quindi i requisiti per chiedere ed ottenere lo status di rifugiati.

Per i sei giovani di cui oggi ci occupiamo la procedura per il riconoscimento dello status è stata avviata dalle comunità dove erano ospiti. Adesso bisognerà riavviarla presso le commissioni del nostro territorio. Ma non è certo solo questo lo scombussolamento a cui sono stati e saranno sottoposti.

Tralasciamo l’aspetto psicologico dell’essere sballottati qui e là, per di più nel delicato periodo dell’adolescenza, se di adolescenza si può parlare per ragazzi precocemente esposti a situazioni drammatiche. Il Centro Astalli si sta comunque attivando per farli seguire da operatori competenti.

Non hanno capito i motivi del trasferimento e dell’interruzione di un percorso di inserimento appena iniziato. Devono essere tenuti sotto controllo sul piano sanitario anche perchè sono tutti malati di epatite, pare contratta alla nascita. Devono imparare l’italiano e possibilmente un mestiere, ricominciare un percorso di integrazione.

Sono ancora senza tutore, una carenza che va subito colmata, un ulteriore segnale che il sistema dell’accoglienza è inadeguato.

Equiparati ai ‘nostri’ minori, i minori stranieri vengono segnalati al Giudice Tutelare e alla Procura presso il Tribunale per i minori e da questo affidati ai servizi sociali territoriali che devono collocarli in strutture idonee, ma resta aperto il problema su chi debba pagare le rette.

In linea di principio tocca al Comune, l’ente che deve farsi carico, sul territorio, di tutti i minori in stato di abbandono o con necessità di sostegno. Il Comune dovrebbe a sua volta essere rimborsato dalla Regione. Per le comunità riconosciute dalla Regione tocca a quest’ultima pagare le rette. Chi ha ottenuto la protezione internazionale o quella umanitaria passa sotto la gestione dello Stato e viene collocato, dall’Ufficio Centrale di Roma, nello Sprar, l’unico servizio che disponga attualmente di fondi.

Comune, Regione, Stato si intrecciano nelle responsabilità e cercano di scansare le spese.

L’altissimo numero di sbarchi e il rilevante numero di minori non accompagnati ha mandato in tilt il sistema. Nella Sicilia Orientale, negli ultimi 15 mesi, ne sono stati registrati più di cinquemila. Non solo gli arrivi ma le stesse previsioni sugli sbarchi, agitate come uno spettro dallo stesso ministro dell’Interno, hanno avuto come conseguenza la diffusione nell’opinione pubblica di sentimenti di paura e di sospetto senza tuttavia produrre una migliore organizzazione dell’accoglienza.

Non ci sono i soldi, si dice, ma forse sarebbe più opportuno dire che si sono subito scatenate le corse all’accaparramento di quelli disponibili, con la nascita -nel caso dei minori- di nuove comunità spesso improvvisate. Ne nascono ancora, ma ci sono anche quelle che chiudono, perchè ormai è molto frequente che gli Enti locali non paghino e l’affare non è più tale. Per lo stesso motivo crescono gli Sprar, su cui sono stati concentrati i finanziamenti.

Anche chi faceva e fa accoglienza senza intenti speculativi ha ormai difficoltà a mantenere in vita le strutture e ad offrire servizi senza ricevere alcun contributo.

Sebbene la presenza di questi giovanissimi stranieri nella casa Don Puglisi sia provvisoria, i volontari se ne stanno facendo carico per offrire loro, oltre ai servizi essenziali, anche occasioni di integrazione e di svago.

Hanno già fatto alcune lezioni di italiano, sono stati visitati da medici volontari e sono stati accompagnati ad una manifestazione di Libera, un evento musicale organizzato anche per testimoniare il corretto utilizzo di un immobile sequestrato alla mafia.

Un’accoglienza calorosa quella che hanno ricevuto, non solo per la grande disponibilità dei volontari del Centro Astalli ma anche perchè  sono ragazzi simpatici, gentili, educati, a dispetto dell’inferno che hanno attraversato.

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