Oltre 2500 specie vegetali, barriere coralline e un concentrato di biodiversità da fare invidia persino all’esotica Amazzonia. E’ la ricchezza custodita nel Mediterraneo, oggi a rischio anche a causa della cementificazione selvaggia delle coste italiane.

Questo è quanto denuncia il WWF nel dossier  “Cemento Coast to Coast: 25 anni di natura cancellata dalle più pregiate coste italiane”, che restituisce la fotografia del grado di cementificazione delle coste italiane raggiunto negli ultimi 25 anni.

Oltre all’inquinamento delle acque e al turismo, il principale responsabile dell’impoverimento degli ecosistemi costieri del Belpaese è l’erosione costiera, dovuta soprattutto alla realizzazione di nuove infrastrutture turistiche sempre più invasive, alla massiccia urbanizzazione delle coste (la densità di popolazione sulle coste è doppia rispetto al resto del territorio) e alla costruzione di nuove darsene e dighe foranee.

Le regioni più colpite da questa “artificializzazione costiera” sono le due isole (20 i siti sardi coinvolti e 18 quelli siciliani), ma la Sicilia vanta il primato di regione più erosa dal cemento con 5,6 km di arretramento di costa negli ultimi 25 anni.

ImpattiNei 121 comuni costieri è stato realizzato un numero di edifici 3 volte superiore a quello rilevato per i comuni sardi e dal 1946 al 2000 il tasso di crescita annuo del numero di edifici in Sicilia è aumentato del 400%.

Il WWF individua nella mancanza di un piano di gestione ambientale oculato il problema della Sicilia, per cui le uniche aree che si salvano dalla colata grigia sono quelle considerate di interesse comunitario o le piccole aree protette regionali. Per fare qualche esempio vicino a Catania, la riserva naturale di Vendicari, quella di Cavagrande del Cassibile o dell’Isola Bella, l’area marina protetta Isole dei Ciclopi o il parco fluviale dell’Alcantara.

La mancanza di pianificazione sembra comunque essere un problema comune a tutto lo stivale. Un altro aspetto critico messo in luce dal WWF riguarda proprio il fatto che non si sa chi governa le coste italiane e chi è responsabile di applicare la normativa comunitaria in materia.

Questa frammentazione di competenze spesso causa inefficienze nell’attuazione delle politiche ambientali, siano esse internazionali, europee o nazionali.

A ciò bisogna aggiungere il fatto che nel nostro paese, spiega il WWF, a mancare non sono le leggi in materia di tutela ambientale, quanto piuttosto la volontà politica di attuarle.

ex-lazzaretto Trapani

ex-lazzaretto di Trapani

Tra i vari esempi riportati nel dossier c’è quello del “Piano paesaggistico territoriale”, strumento di controllo delle trasformazioni urbanistico-edilizie a tutela del paesaggio, attraverso il quale ogni regione può stabilire se e come il proprio territorio possa subire altre costruzioni edilizie e quali aree ambientali devono essere salvaguardate.

Ebbene, ad oggi nessuna regione ha adottato un nuovo piano paesaggistico territoriale conforme al codice paesaggio.

Da quanto riportato nel dossier, dunque, sembra che l’erosione costiera lavori con tempistiche più rapide ed efficaci della politica regionale, nazionale ed europea. Allora, sorge spontaneo un dubbio, ancor più atroce per noi isolani: il consumo del suolo riuscirà a mangiucchiarci definitivamente prima che un piano politico di tutela ambientale venga messo in moto e salvi le poche zone ancora esenti da speculazioni edilizie?

Tuttavia, non tutto è perduto: un aspetto positivo che emerge dal dossier è che i cittadini si rivelano più sensibili e  attivi nel campo della tutela ambientale. In proposito, la campagna lanciata nel 2012 dal WWF “riutilizziamo l’Italia” che invitava i cittadini a segnalare le aree degradate e proporre idee di riqualificazione, ha riscosso un grande successo.

pineta MaddalusaTra le varie proposte, una per la riqualificazione della pineta di contrada Maddalusa in provincia di Agrigento al fine di restaurare l’originale habitat naturale, perfetto per la  macchia mediterranea. Un altro sito siciliano coinvolto è l’ex Lazzaretto di Trapani, collocato in riva al mare: i cittadini propongono di restaurarlo per insediare botteghe artigianali all’interno dell’edificio e utilizzare la piazza centrale per iniziative teatrali o musicali.

Al coinvolgimento maggiore della cittadinanza, il WWF aggiunge alcune proposte volte a invertire questa tendenza alla cementificazione costiera:

  • un maggiore coinvolgimento della Commissione europea in materia;
  • incentivi fiscali per i comuni che conservano i varchi costieri ancora liberi dal cemento;
  • estensione dei vincoli paesaggistici di tutela dai 300 ai 1000 metri dalla battigia
  • blocco delle concessioni demaniali in attesa di una nuova disciplina nazionale che imponga l’adozione di  pubbliche procedure di selezione
  • sospensione del rilascio di nuove concessioni edilizie in attesa dell’adozione dei Piani paesaggistici da parte delle regioni.
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One Response to “Dossier WWF, in Sicilia coste di cemento”

  1. Le proposte del WWF sono sensate. Non si puo’ arrestare l’allarmante distruzione dei territori naturali almeno che ci siano restrizioni ambientali, incentivi etc. Questo e’ unico modo per salvare la natura in Sicilia.
    I territori naturali se non esplicitamente protetti sono nelle mani dei politici e dei costruttori disperati di lavoro che non si fermano davanti a niente per assicurarsi un appalto.

    Sono due forse contrastanti. Da un lato ci sono quelli che comprendono che la natura va salvata (per varie e complesse ragioni). Dall’altro ci sono politici e costruttoti che cercano di alleviare il problema del lavoro. La fame non sente ragione dice un detto anche se questo comporta distruggere l’ultimo angolo naturale della Sicilia.

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