Per quale ragione i Comuni siciliani (e più in generale quelli meridionali), hanno gravi difficoltà, come afferma Diego Lana su A Sud’Europa del 6 settembre 2014, ad assolvere bene i loro compiti istituzionali? La causa sta solo nelle responsabilità “esterne”, il patto di stabilità, i tagli da parte delle varie leggi finanziarie nazionali, la crisi economica che riduce le entrate e ne rende difficile la riscossione?

O piuttosto nel fatto che, come scrive Lana, i Comuni non sono riusciti a organizzarsi “con controlli tendenti ad accertare l’efficienza, l’efficacia e l’economicità dell’azione amministrativa” per ottenere una “gestione ottimale”, malgrado la legge abbia attribuito loro maggiori poteri?

Ettore Palazzolo, costituzionalista catanese e collaboratore di Argo, interviene oggi, a partire dall’analisi  pubblicata dal Centro Pio La Torre, per proporre un approfondimento della questione.

Nel suo articolo “La crisi dei comuni siciliani”, Diego Lana sostiene che gli aministratori comunali abbiano trovato difficoltà soprattutto nel passaggio da una finanza derivata (dallo Stato), alla così detta finanza decentrata o autonoma, nella quale le risorse vengono direttamente raccolte e gestite dall’ente.

Abituati ad una valutazione sommaria della spesa, amministratori e burocrati avrebbero avuto difficoltà ad amministrare con una gestione razionale (che nell’intervento viene chiamata aziendale), basata su un corretto rapporto entrate/spese. Anche al di là delle croniche difficoltà di riscossione delle tasse comunali.

L’approccio prevalente di questa analisi è quello giuridico/gestionale. E tuttavia il livello istituzionale/contabile dei Comuni siciliani dovrebbe essere almeno integrato da considerazioni sulla classe politico-amministrativa siciliana e magari da una riflessione sui comportamenti derivante dal suo rapporto, spesso perverso, con la società.

Ora a me sembra che “difficoltà a rapportare o a subordinare le spese alle risorse dei Comuni” sia un’espressione eufemistica per denunciare la mala gestio, di amministratori e burocrati, in quanto abituati a vedere nei provvedimenti adottati più l’aspetto della convenienza politica (elettorale) che quelli della efficienza, efficacia ed economicità dell’azione amministrativa,

In verità non può esistere una contrapposizione fra “economicità”, intesa quale gestione razionale delle risorse e “politicità”, particolarmente per chi ha della “politica” una visione ”alta”, consistente nel perseguimento dell’interesse generale di una comunità. Nei fatti, tuttavia, è la dimensione clientelare ed elettoralistica quella che presiede alle scelte amministrative. Questa sì, certamente, entra in conflitto con i criteri economicità di una buona amministrazione.

Ed è da qui che bisogna partire. Ma questo rimanda ad un interrogativo che sta a monte, a mio avviso ineludibile: come si forma la classe politica (meglio politico-amministrativa)?

Il problema è certamente assai complesso e non ritengo possibile analizzarlo compiutamente in poche righe. Stiamo assistendo ad una crisi della forma partito, che riguarda tutto il territorio nazionale, ma che qui avviene secondo modalità particolari. Tenterò allora una schematizzazione.

Analizzando quanto è successo a livello politico-amministrativo in Sicilia si osserva come si sia passati dal Partito di correnti, cioè un grande contenitore, all’interno del quale i veri soggetti politici erano le correnti ed i loro capi, come era fino all’inizio degli anni novanta (basti pensare alla DC, al PSI, e solo in parte il PCI), al Partito-corrente.

Ad eccezione delle forze politiche maggiori (PD, Forza Italia e M5S), che però complessivamente non raggiungono o superano di poco il 50% dei consensi) ogni corrente si dà una propria struttura trasformandosi in partito politico.

La crisi delle ideologie ha infatti comportato la nascita di partiti e partitini non già ispirati ad un’ideologia di riferimento, e neanche attorno ad un’idea-forza, ma attorno ad un capo corrente, meglio capo-bastone, che del partito diventa leader e padrone.

Abbiamo assistito così, e non solo in Sicilia, ad un proliferare di sigle che a loro volta si scompongono e si ricompongono. Il fenomeno si accentua poi in sede comunale e locale, a causa della presenza di numerose liste civiche e si assiste, anche a causa del sistema elettorale, ad alleanze preelettorali (talvolta a dir poco improprie) che dopo poco si rompono, per ricomporsi con altri soggetti politici.

Ma la questione non può risolversi con un semplice richiamo alla moralità e alla lealtà anche nella politica.

Gli enti locali, ma anche la Regione, amministrano denaro pubblico. Ed alla Regione Sicilia è arrivato tantissimo denaro, in virtù dell’autonomia speciale, garantita da uno Statuto di rango costituzionale (feticcio che occorrerebbe una buona volta riconsiderare), denaro che per li rami, perviene anche ai Comuni.

Non deve quindi sorprenderci che le elezioni locali, ma anche il dopo-elezioni, diventano il terreno di lotta delle varie fazioni per accaparrarsi quote di risorse pubbliche, siano esse costituite da denaro, che da opere pubbliche, impieghi, incarichi, consulenze e quant’altro.

Non esiste, soprattutto a livello di enti locali, quella contrapposizione di programmi e di indirizzi politico-amministrativi sullo sviluppo di un’area cittadina, che dovrebbe caratterizzare le competizioni elettorali.

Una visione dell’interesse generale, o del bene comune è totalmente assente da quasi tutte le forze politiche. La campagna elettorale si svolge solo a colpi di slogan a supporto di questo o quel candidato, in un contesto territoriale caratterizzato da clientele, lobbies e logge, ma soprattutto da una perdurante presenza mafiosa.

Si potrebbe affermare che questo ormai vale in tutto il territorio non solo meridionale, ma anche nazionale (la Sicilia come metafora, diceva Leonardo Sciascia) il che in gran parte è vero, ma non con le dimensioni siciliane e meridionali.

A riprova della differenza meridionale sta l’abnorme incremento del voto di preferenza nelle elezioni amministrative e regionali siciliane e meridionali, fenomeno che non trova altrettanto riscontro in quelle del Centro-Nord. Vorrà dire qualcosa tutto ciò?

Che tipo di classe politica può emergere da ciò? Senza cadere nel qualunquismo, dobbiamo purtroppo affermare trattarsi di una classe politico-amministrativa, salvo rare eccezioni, di infimo livello: in larga parte rozza, ignorante, famelica, da cui, per usare un vecchio detto americano, nessuno di noi oserebbe acquistare un’auto usata.

Vero è che oggi, da un lato la gravissima crisi economica, che ha comportato forti tagli anche agli enti locali, dall’altro alcune sentenze della magistratura hanno operato un freno, facendo in parte deperire le reti clientelari che supportavano alcuni esponenti politici siciliani, di diverso orientamento: Cuffaro, Lombardo, Drago (il modicano), Firrarello, Genovese, Crisafulli, magari facendone emergere altri, non meno spregiudicati: Micciché, Castiglione, Leanza, Musumeci, ecc.

Il venir meno di tante risorse potrebbe rappresentare il nuovo terreno a partire dal quale, con il deperimento dei partiti clientelari, si renda possibile innestare nuove proposte politiche o alternative al sistema esistente. Il timore è però che i nuovi spazi vengano colti da forze fondamentalmente di protesta che difficilmente potrebbero dare una risposta positiva alla prova del governo di una città.

Una programmazione lungimirante dovrebbe, ad esempio, tenere conto della prevenzione relativa al rischio idrogeologico e sismico, rispetto al quale i Comuni siciliani e meridionali in generale, sono totalmente spiazzati.

Eppure la mancata prevenzione incide profondamente sui bilanci dei Comuni, se rapportati alle risorse occorrenti per l’emergenza e la ricostruzione successiva, nel caso di disastro ambientale. Si parla di costi dieci volte superiori.

Mentre una gestione oculata del territorio, rispettosa dell’ambiente, dei corsi d’acqua e dei vulcani, accompagnata da una buona manutenzione comporterebbe un minor costo successivo. Anche così si può fare buona amministrazione.

So bene che il problema riguarda tutti i Comuni italiani, compresi quelli apparentemente meglio amministrati del Nord, vedi Genova. E tuttavia, la cementificazione selvaggia del territorio, compresi i corsi d’acqua tocca in Sicilia (vedi il caso di Giampilieri) e nel Meridione livelli impensabili.

Che fare allora? Non resta, come scrive Lana, che “assicurare ai comuni una gestione professionale” che riesca a comprimere gli oneri della struttura in modo da liberare risorse per la soddisfazione di bisogni collettivi.

Un intervento di razionalizzazione della spesa non facile, sia per la ‘resistenza’ delle logiche campanilistiche e clientelari sia per la rigidità della stessa struttura amministrativa:  i dipendenti, i mutui e i fitti da pagare, le perdite connesse alle partecipate, ecc.

Bisognerebbe porre al primo posto l’individuazione dei bisogni e delle priorità, scegliere il metodo di programmazione degli interventi, e ovviamente prendere le decisioni relative ai costi, talvolta non solo economici, che l’amministrazione dovrà affrontare.

Ma ciò ripropone la questione dove era stata lasciata. Quali forze politiche e quale classe politico-amministrativa saranno in grado di assumere e rispettare responsabilità così impegnative?

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One Response to “Il fallimento della gestione autonoma dei Comuni”

  1. vi invito a leggere un pregevole articolo di Guido Rossi sul Sole 24ore di domenica 4 ottobre14. sulla devianza degli attuali sistemi democratici. Forse tante risposte potrebbero essere più adeguate ai tempi se le nostre conoscenze in tema di sistemi democratici venissero aggiornate ai tempi che attraversiamo.

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