Cultura del dono e bene comuneDi fronte ai focolai di conflitto fra culture e religioni diverse che cominciano a serpeggiare anche da noi, è possibile individuare un comune terreno di dialogo interreligioso perché la diversità diventi strumento di crescita e di edificazione del bene comune?

A questa domanda ha tentato di dare una risposta il convegno “Cultura del dono e bene comune. Insieme per una crescita umana e spirituale nella vita personale, familiare e sociale” organizzato lo scorso 16 novembre alle Ciminiere dal Movimento dei Focolari e dalla Comunità Islamica di Sicilia.

Michele ZanzucchiIndicazioni concrete sono venute, in particolare, dalla tavola rotonda coordinata da Michele Zanzucchi, direttore della rivista focolarina Città Nuova, alla quale hanno preso parte Samia Chouchane, delegata al dialogo del’U.CO.I.I. in Sicilia,   Gaetano Zito, Vicario episcopale per la cultura dell’Arcidiocesi di Catania, Kamel Layachi della Comunità islamica di Treviso e Margaret Karram del Movimento dei Focolari in Terra Santa.

Quattro persone, quattro diverse nazionalità del bacino del Mediterraneo -un italiano, un algerino, una tunisina e una palestinese/israeliana- per capire se il dialogo fra musulmani e cristiani può diventare un dono reciproco.

Gaetano ZitoPer Gaetano Zito, donare per costruire il bene comune non è questione di buona volontà. Il presupposto è comprendere che nessuno possiede nulla che non gli sia stato donato e il primo dono è quello della vita. Ciascuno, allora, realizza la propria esistenza solo nel momento in cui si fa dono e scopre che tutto quello che ci circonda è una realtà a cui è stato fatto lo stesso dono.

Il rispetto per la vita in tutte le sue forme, principio che accomuna le rispettive fedi, in un contesto culturale in cui spesso la vita degli altri è considerata strumento, può essere il terreno per un impegno comune.

Samia CouchaneL’esperienza dell’amore di Dio -ha affermato Samia Chouchane– è una componente fondamentale delle nostre religioni e quando uno ha conosciuto dentro di sé questo dono non può restare indifferente all’altro. Non si può essere credenti quando si è sazi mentre il proprio vicino ha fame o ha solo bisogno di una buona parola o di un sorriso.

Anche per Kamel Layachi l’uomo non può che imparare dai quotidiani gesti gratuiti che Dio pone nella nostra vita: la vita stessa, la fede, la comunità, la famiglia, la salute, la sicurezza, i figli. Occorre dunque farsi carico, anche nei confronti della città, della responsabilità che questa iniziativa di Dio comporta. Dialogare per conoscersi deve dunque avere anche lo scopo di costruire assieme il bene comune.

Il dono è un gesto di gratuità, ha ricordato Margaret Karram, ed è sempre una sorpresa che chiama alla reciprocità: lavorare insieme, dunque, può veramente arricchire e portare a costruire una società più pacifica e fraterna.

Ancora più interessante il secondo giro di interventi introdotto dall’invito di Zanzucchi di scendere al concreto: quando, ha chiesto, nella vostra vita vi siete decisi a lavorare per il dialogo interreligioso?

Margareth KarramParticolare l’esperienza di Margaret Karram, nata in Galilea da una famiglia cristiana palestinese, in una città abitata anche da ebrei e musulmani. “Una volta –ha ricordato- all’età di cinque anni, sono tornata a casa piangendo perché i miei coetanei ebrei mi accusavano di essere araba e quindi una nemica.”

Sua mamma, però, l’ha convinta a tornare a fuori per invitare a casa quei bambini. “Io ho superato la mia paura e sono uscita; i bambini sono venuti a casa e la mamma ha regalato a ciascuno una forma di pane caldo da portare a casa loro.” Da quel momento è nata un’amicizia che dura ancora oggi.

Crescendo, la frequenza, assieme a coetanei musulmani, di una scuola cattolica le ha fatto scoprire le tante cose che avevano in comune e come spesso la paura nasca dall’ignoranza. Per questo da grande ha deciso di andare negli Stati Uniti per studiare, oltre il mondo musulmano che le era più prossimo, anche il giudaismo.

Anche per Samia Chouchane solo un’informazione superficiale, che confina con la disinformazione, può portare dei ragazzi ad apostrofare come ‘terroristi’ i propri compagni di scuola solo perché sono musulmani. Da questa amara esperienza fatta dai suoi figli quando è venuta in Italia è venuta la spinta al dialogo.

Kamel LayachiPer Kamel Layachi, la presenza della basilica di s. Agostino nella sua città in Algeria o quella delle suore cattoliche che gli praticavano il vaccino, gli faceva percepire come naturale la vicinanza con chi praticava una religione diversa. Cosa che invece è diventata un problema quando è arrivato in Italia ed era lui minoranza. Che fare allora?

Era il momento giusto per affrontare l’esperienza del dialogo interreligioso, anche per favorire quello intra religioso. Ascoltare il diverso aiuta infatti a capire meglio la diversità che c’è nel proprio ambiente, perché anche all’interno delle comunità islamiche ci sono orientamenti diversi,

L’esperienza in una parrocchia di periferia dove è presente la devianza dalla legalità anche fra i giovani ha quasi obbligato Gaetano Zito, da parroco, ad imparare ad accogliere i ragazzi del suo quartiere, soprattutto quando attraversavano l’esperienza del carcere.

Ma anche la passione per la storia, coltivata in quanto insegnante di Storia della Chiesa, è sorretta dalla curiosità di chiedersi chi è l’altro, cosa fa, come vive, perché è diverso da me.

E ciò vale in modo particolare per la storia siciliana. Nell’archivio diocesano di Catania esiste, ad esempio, un manoscritto del 1145 che riporta in tre lingue -latino, greco e arabo- un censimento delle famiglie islamiche rimaste in città dopo la riconquista normanna; esse erano affidate al vescovo il quale si faceva garante dell’osservanza del Corano e che fossero giudicate secondo la legge islamica.

Ma il dialogo è vero solo quando si resta fedeli a se stessi e alla propria identità, sottolinea Margaret Karram: se non si costruisce la verità nella diversità, il dialogo si costruisce sulla sabbia degli interessi (politici, economici) e alla fine non regge.

Ma occorre anche, aggiunge don Zito, l’umiltà di non pensare di possedere tutta la verità perché ciascun uomo è pellegrino della verità.

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One Response to “A Catania un convegno sul dialogo interreligioso per il bene comune”

  1. credo che uno strumento necessario per intraprendere il dialogo tra popoli seguaci di religione diverse sia necessario conoscere i popoli e le religioni. Sull’argomento le conoscenze sull’Islam del giornalista della Stampa Domenico Quirico siano essenziali.La Sicilia ha pubblicato un’intervista a Quirico molto interessante per le verità che rivela.

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