Camaro, siamo  tutti africani‘A Camaro siamo tutti africani’. Se Camaro fosse un villaggio della Nuova Guinea la frase sarebbe naturalmente ovvia, ma, trattandosi di un quartiere della periferia di Messina, queste parole scritte su un cartello meritano una spiegazione e una riflessione.

Le proteste di Tor Sapienza, quartiere nella periferia romana, contro i centri di accoglienza per minori hanno tenuto per diversi le prime pagine di giornali e telegiornali; a parti invertite, le proteste degli abitanti di Camaro per non far chiudere il centro attivo nel loro quartiere da circa un anno, a stento hanno bucato lo schermo di un telegiornale regionale e di qualche testata locale online.

Il centro chiamato ‘Casa Mosè’ dai suoi stessi ospiti è gestito dall’Associazione Amici dei Bambini e finora è andato avanti grazie alla generosità di benefattori privati e alla disponibilità delle suore Immacolatine di Messina che hanno messo a disposizione in comodato d’uso per 5 anni un’ex scuola d’infanzia.

La Casa in questo periodo ha ospitato circa 100 minori stranieri non accompagnati, originari del Mali e del Gambia, offrendo loro, oltre ai primari servizi alla persona, corsi di lingua italiana, assistenza sanitaria ed educativa garantita dalla presenza di pedagogisti; alcuni di loro hanno cominciato a frequentare uno degli Istituti superiori della città e una scuola di calcio.

Particolarmente interessante appare soprattutto il coinvolgimento diretto delle famiglie del quartiere e dei loro figli, che hanno instaurato con gli ospiti del Centro cordiali rapporti di amicizia. Anche l’emittente televisiva Al Jazeera ha acceso i suoi riflettori su un’esperienza così avanzata.

In effetti, il Ministero ha già stanziato circa 120 mila euro destinati alle attività di questo centro, ricavandoli da un fondo specifico, ma l’Amministrazione messinese, pur avendoli inseriti nel suo bilancio di previsione, non li può utilizzare in quanto lo stesso bilancio non è stato ancora approvato, né li può anticipare per altra via, essendo in situazione di pre-dissesto.

Per questo il Comune ha dovuto disporre il trasferimento dei ragazzi in altre strutture, interrompendo di fatto il percorso di inserimento sociale e scolastico che hanno avviato nel quartiere.

Ma il quartiere si è mobilitato: africani e messinesi, per protestare contro la chiusura del centro di accoglienza, hanno organizzato un sit-in con slogan e striscioni per il giorno del previsto trasferimento, per difendere questo simbolo di accoglienza e di vera integrazione.

Resta la rete di famiglie, più di 1.400 provenienti da tutta Italia, che nell’ambito del progetto “Bambini in Alto Mare” promosso dall’Associazione Amici dei Bambini hanno offerto la propria disponibilità ad accogliere in affido temporaneo questi ragazzi. Il percorso però non è breve.

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