tasse, tributiNessuna nostalgia per le festività natalizie che, all’insegna del consumismo, bruciavano le tredicesime in cene luculliane, regali ricercati e addobbi fastosi. Potremo almeno comprare le scarpe nuove che ci necessitano? Nemmeno quelle.

Ad attenderci al varco abbiamo trovato il cumulo di tasse concentrato a fine anno, vissuto dai contribuenti come l’ennesima fregatura occultata sotto la bailamme di sigle incomprensibili che si moltiplicano senza semplificare nulla.

Ragioniamoci un poco, a partire da una premessa. Noi concordiamo pienamente con l’affermazione che costò molte critiche a Padoa Schioppa: pagare le tasse è bello. E non per motivi estetici ma per ben più solide motivazioni etiche e politiche.

All’origine della democrazia moderna, infatti, la possibilità di esercitare i diritti politici, il voto in particolare, era strettamente legata al fatto di pagare le tasse. Solo successivamente, anche dopo aspre lotte, il diritto al voto è stato compreso fra i diritti di cittadinanza per tutti.

Sul piano etico, pagare le tasse significa riconoscere che esistono dei bisogni collettivi (sanità, istruzione, ecc.) alla cui soddisfazione occorre che tutti contribuiscano, in proporzione al proprio reddito. Si tratta di concepire dunque la convivenza civile sulla base dei principi di solidarietà e corresponsabilità.

Su un piano più strettamente economico occorre aggiungere che l”idea che il privato sia bello perché risparmiare sulle tasse è solo un’illusione: in realtà pagare interamente di tasca propria ospedali e scuole costerebbe molto di più.

Ciò premesso, tuttavia, dopo essere passati un po’ tutti dalle forche caudine delle scadenze di fine anno, non possiamo nascondere che stavolta rimane un retrogusto di amara perplessità e non solo, come è ovvio, per la sensazione di una corruzione dilagante e la quotidiana litania di scandali piccoli e grandi che vedono coinvolti, e in modo sempre più trasversale, esponenti del mondo politico.

Diventa infatti sempre più inquietante la permeabilità con cui questo ambiente, e quello meno eclatante ma non meno determinante della pubblica amministrazione, vengono infiltrati e cooptati dalla criminalità più o meno organizzata e dai centri di interesse economico privato grandi e piccoli.

A fronte delle dimensioni macroscopiche di certi bubboni che esplodono in maniera apparentemente improvvisa, ci si chiede innanzitutto da che parte stavano guardando quelli che avrebbero dovuto controllare, per non dire che è stata la stessa classe politica che ha costantemente depotenziato norme e sistemi di controllo, rese incerte le responsabilità di chi ha potere ed autonomia di spesa spesso spropositati.

Classe politica che pone ostacoli di ogni sorta all’accesso alle informazioni sugli atti amministrativi, come se la gestione della cosa pubblica fosse “cosa loro” , riservata, segreta e non “cosa”  dei contribuenti.

L’irritazione aumenta, inoltre, al constatare che questo fiume di denaro versato dai contribuenti, in alcuni casi cresciuto a dismisura -vedi, ad esempio, la tassa sulle seconde case e quella sulla raccolta dei rifiuti- non serve affatto a migliorare la qualità e ad aumentare la quantità dei servizi che ne dovrebbero essere il corrispettivo. Si pensi alla scuola pubblica, all’edilizia scolastica, ai trasporti pubblici, ai servizi sociali, alla sanità.

Per molti farmaci, ad esempio, è più conveniente comprarli al prezzo di costo che con ricetta mutualistica, per non parlare delle visite specialistiche le cui code di attesa hanno spesso durata biblica.

Per quanto riguarda i servizi erogati dagli enti locali, ancora, non si comprende lo straordinario aumento della tassa sulla raccolta dei rifiuti a fronte di un ridicolo aumento della percentuale di raccolta differenziata mentre, fra l’altro, incombono le salatissime multe europee per il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Sul piano più strettamente economico, infine, non si capisce in che modo dovrebbero ripartire i consumi, motore del sistema produttivo, quando -senza contare la disoccupazione dilagante- le tredicesime vengono falcidiate dalle scadenze fiscali di fine anno. Cosa resta alle famiglie da spendere, anche per le spese di prima necessità come calzature e abbigliamento?

Sappiamo che non è facile trovare un punto di equilibrio fra le diverse esigenze, ma la credibilità di una classe dirigente non può più far finta che questi problemi non esistano.

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One Response to “Quel che resta dopo il tax-day”

  1. A quando una vera ” rivoluzione di velluto” detronizzando tutti questi ladri che ci circondano? Forse hanno ragione i leghisti , Non so. Ma è certo che questa sinistra con questi sinistri candidati non verrà più votata o approvata.

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