A parlare di chi emigra è sempre chi sta fermo. L’obiettivo della ricerca “Soccorsi. E poi? – Voci di rifugiati arrivati in Sicilia” condotta dal Jesuit Refugee Service (in Italia conosciuto come Centro Astalli) è invece quello di cambiare prospettiva, dando voce ai migranti forzati arrivati in Sicilia per farci raccontare da loro cosa succede dopo gli sbarchi o i soccorsi in mare.

Il report è stato presentato a Catania il 18 dicembre, giornata internazionale del migrante sin dal 1990 quando venne adottata la Convenzione internazionale sulla protezione dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, che l’Italia non ha ancora ratificato. A parlarne al pubblico, Danielle Vella, giornalista maltese di JRS International e autrice della ricerca; Riccardo Campochiaro, avvocato volontario del Centro Astalli di Catania; Nikiema Mahamadi, mediatore culturale proveniente dal Burkina Faso che ha raccontato la sua esperienza migratoria; padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli.

Nikiema Mahamadi

Nikiema Mahamadi

Su idea di Micheal Schopf SJ, ex presidente del Jesuit Refugee Service Europe, questa ricerca è stata condotta proprio per spostare il baricentro dell’attenzione mediatica dall’esperienza del viaggio intrapreso dai migranti per raggiungere i confini europei, a quella dell’inserimento dei richiedenti asilo politico nel paese di arrivo.

E’ stato intervistato chi, tra i 14.719 richiedenti asilo presenti in Sicilia nel 2013, fosse residente a Catania o ospite nel CARA di Mineo e fosse disposto a condividere la propria esperienza personale.

Il report non si sofferma sui numeri del sistema di accoglienza italiano, ma sulla qualità del servizio offerto. L’immagine che fuoriesce è tragica: allo specchio un sistema di accoglienza che fa acqua da tutte le parti, irrispettoso degli obblighi previsti dal diritto internazionale ed europeo in materia d’asilo e di diritti umani, pigro all’idea di progettare misure di accoglienza strutturali e lungimiranti, ma soprattutto indifferente alle conseguenze pratiche che tale malfunzionamento ha sulla vita delle persone coinvolte.

Riccardo Campochiaro

Riccardo Campochiaro

Una volta arrivati in Sicilia, per i migranti forzati comincia il processo di regolarizzazione della loro permanenza in Italia. Inizialmente vengono accolti in un centro di primo soccorso e, una volta identificati, chi richiede asilo politico è trasferito in un CARA dove alloggia mentre aspetta l’esito della domanda d’asilo.

In questi non-luoghi, isolati dai centri abitati e sempre sovraffollati, i migranti passano molto più del tempo previsto per legge (max. 6 mesi), anche anni, in attesa dei documenti che conferiscano loro protezione internazionale.

padre Camillo Ripamonti

padre Camillo Ripamonti

Dopo aver ottenuto i documenti necessari, i rifugiati hanno diritto ad essere accolti nello SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), che offre serie opportunità di integrazione.

Tuttavia l’offerta di posti disponibili è insufficiente, per cui molti rifugiati rimangono fuori dal sistema SPRAR. A Catania i più fortunati trovano un rifugio temporaneo nei dormitori della Caritas, nella moschea della città o in altre strutture simili, ma sono in molti a rimanere per strada.

Nel report gli intervistati parlano dei motivi che li hanno condotti in Sicilia, della vita al CARA di Mineo, dei lunghissimi ritardi nella procedura d’asilo, della loro vita per strada (sono anche soggetti al pagamento del pizzo per poter dormire indisturbati e a riscuotere i pagamenti sono, spesso, altri migranti), dell’esigenza di trovare un lavoro.

Danielle Vella

Danielle Vella

Le storie a lieto fine sono una rara eccezione. Tuttavia, racconta Danielle, tutti i migranti intervistati dimostrano gratitudine agli italiani per averli accolti sebbene spieghino che questo non basta. Lo spirito di ospitalità, tanto caro a noi siciliani, deve necessariamente essere sostenuto da servizi d’accoglienza sufficienti ed efficienti.

Per questi motivi, ci uniamo al triplice augurio espresso dai relatori della presentazione:

  1. Che si smetta di considerare il criterio economico come unico e prioritario nella gestione dei flussi migratori. Salvare uomini in mare e dare protezione a chi fugge da un paese in cui la propria vita è a rischio non è uno spreco di risorse, ma un obbligo in virtù del diritto internazionale.
  2. Che si scardini l’equazione protezione internazionale = documenti , in modo da consentire un cambiamento nell’impostazione del sistema di accoglienza, che deve assicurare molto più di un pezzo di carta
  3. Che si concretizzi la riforma del sistema d’accoglienza formalizzata dal governo nel luglio 2014, secondo la quale i CARA non dovrebbero esistere più. I migranti forzati, entro un mese dall’arrivo, saranno smistati su tutto il territorio nazionale direttamente negli SPRAR, ampliati in modo tale da poter ospitare dalle attuali 20.000 alle 40.000  persone.

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