“Il Pakistan è un Paese che fa generalmente notizia per il terrorismo, gli attentati suicidi, le uccisioni dei civili… Quello che non si riporta spesso è la storia dei molti pakistani che stanno lavorando per rendere il loro Paese un posto migliore per il futuro.”

Ci parla di questo il documentario ‘Looking for flowers in Islamabad‘ che l’Arci ha proiettato poco tempo fa al Circolo Olga Benario. La scelta del luogo non è stata casuale se pensiamo al fatto che molti di questi pakistani che lottano per rendere il loro Paese migliore sono appunto donne: donne istruite, che parlano correntemente l’inglese, attiviste che si oppongono alle tradizioni di un Paese formatosi poco più di sessant’anni fa e che ha ancora molta strada da fare.

Simona Seravesi – regista del documentario realizzato con Nicola Lucini e Antonella Bertolotti – ha conosciuto queste donne durante un viaggio di lavoro ed è poi tornata in Pakistan per intervistarle e far conoscere le loro storie. Il suo è un reportage che riempie le nostre lacune e fa cadere i nostri stereotipi nei confronti di un Paese in cui le ultime vittime del terrorismo sono stati dei bambini.

Il diritto all’istruzione viene fortemente trattato nel corso delle interviste, e forse è proprio per questo motivo che alcune scuole d’Italia hanno scelto di proiettarlo nelle classi. Le scuole costruite dalle donne incontrate da Seravesi (una di esse, Maryan Bibi, è candidata al Nobel per la pace) sono spesso oggetto degli attacchi dei talebani, ma loro non sono gli unici che si oppongono all’istruzione. Sono infatti i genitori i primi a nutrire dei dubbi, specie quando si tratta di mandare a scuola le figlie femmine: “Chi le sposerà se cresceranno fragili e delicate e non saranno in grado di trasportare l’acqua?”.

In molte aree rurali mancano infatti le infrastrutture: non ci sono strade, elettricità, acqua corrente, e i bambini che non vanno a scuola sono costretti a chiedere l’elemosina. In una situazione come questa va da sé che la società non può evolversi ma resta arretrata e ancorata alle tradizioni di una cultura patriarcale nella quale il valore di una donna è inferiore a quello di una pecora e viene ancora praticato il matrimonio di compensazione.

Ma gli sforzi delle attiviste non sono rivolti solo ai diritti delle bambine, bensì verso il riconoscimento dei diritti umani di tutti. E tra coloro che combattono per il riconoscimento dei loro diritti ci sono anche i transgender, che dopo anni di maltrattamenti ed emarginazione sono riusciti ad avere la meglio: adesso il terzo genere è ufficialmente riconosciuto in Pakistan, e su questo tema è stato persino realizzato un film: Bol (2011).

Guardando questo documentario di accorgiamo che le donne in Pakistan non sono spettatrici silenziose, e la cosa che le rende grandi ai nostri occhi non è solo la forza che le spinge a continuare a combattere nella consapevolezza che penda su di loro una minaccia di morte, quanto il fatto che nonostante questo, nonostante il pericolo e le minacce, esse continuino ad amare il loro Paese e scelgano di continuare a viverci e ad impegnarsi per renderlo migliore.

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