Bambini maltrattati, abusati, che assistono a scene di violenza, bambini per i quali si impone la tutela, da una parte; ragazzini che delinquono, dall’altra.  Sono tutti casi in aumento o, al massimo, stabilmente in vetta alle classifiche negative.

Questa la denuncia del  Presidente del Tribunale per i minorenni di Catania Maria Francesca Pricoco nella relazione dell’Inaugurazione dell’anno giudiziario, pubblicata anche sul sito del TM.

E’ infatti ormai documentato l’aumento di segnalazioni e denunce per fatti di abuso e maltrattamento di minori, l’aumento di comportamenti di “violenza assistita intrafamiliare”, l’aumento di procedimenti di tutela di minori, anche indipendenti dalla separazione delle coppie, la tenuta della criminalità minorile catanese su livelli da primato nazionale.

Da troppi anni vengono denunciati questi tristi record del nostro territorio e da altrettanto tempo vengono indicate chiaramente le cause:

  • i mancati interventi pubblici volti alla soddisfazione dei bisogni della popolazione minorile;
  • le immutate difficoltà delle agenzie educative (insufficienza delle scuole materne, la povertà di risorse della scuola dell’obbligo, la dislocazione non omogenea delle scuole superiori) e dei servizi (assistenti sociali non presenti in ogni Comune, quasi inesistenti luoghi di socializzazione e aggregazione , attività di prevenzione sporadica o su iniziativa volontaristica);
  • la mancata nomina del Garante Regionale per l’Infanzia, già presente in tante altre Regioni d’Italia;
  • la sempre più preoccupante condizione di marginalità e povertà di molti nuclei familiari;
  • la gravissima – durante l’anno in corso – interruzione di un pubblico servizio, quello dei corsi di formazione professionale, che ha di fatto impedito a migliaia di ragazzi di completare l’obbligo scolastico e/o di accedere ad una formazione necessaria per proseguire il processo di crescita e distanziarsi dall’attrazione di percorsi delinquenziali.

E’ certamente importante evitare che fondi per la formazione ricadano nelle mani di chi in questi anni si è arricchito a scapito della qualità dei corsi, talora facendo persino finta di avviarli. Ma non si possono lasciare 5000 ragazzi siciliani in attesa del primo anno di formazione professionale e circa 2000 senza poter completare il percorso biennale o triennale già intrapreso.

Della formazione professionale usufruiscono anche i minori stranieri non accompagnati per i quali, nel periodo di accoglienza nelle strutture per minori, diventa uno dei punti essenziali del Piano Educativo Individualizzato che inizia con un corso di alfabetizzazione, continua con il conseguimento della licenza media e prosegue con la formazione professionale al fine di dotare questi minori di capacità spendibili sul mercato del lavoro non solo italiano.

Al momento in cui scriviamo sono circa 1500 i ragazzi minori stranieri che vengono seguiti nel loro percorso di integrazione dal Tribunale per i minorenni di Catania, che si avvale dell’indispensabile attività dei servizi sociali dei Comuni, delle strutture di accoglienza e dei tutori.

Quanto ai dati generali, gli arresti di minori nel territorio di Catania sono – in proporzione alla popolazione minorile – secondi solo a quelli effettuati nel territorio di Roma.

Il numero degli arresti non è tuttavia proporzionale solo ai crimini effettuati, ma dipende anche dalle risorse a disposizione delle Forze di Polizia. Un controllo del territorio a macchia di leopardo, la distrazione di personale di polizia verso compiti diversi dalla prevenzione e repressione dei crimini, l’insufficiente numero di mezzi in movimento sono alcune delle cause che hanno inciso sulla lieve deflessione del numero di arresti rispetto all’anno precedente.

La gravità della situazione si evince dalla maggiore incidenza di reati legati allo spaccio degli stupefacenti che, come è intuitivo, necessita di un rapporto diretto con la criminalità organizzata che gestisce il mercato delle droghe.

Dopo trent’anni che si denunciano le stesse cose – prima da parte di Giambattista Scidà ora di Maria Francesca Pricoco – non possiamo più utilizzare termini quali “Allarme” o “Eccezionalità”.

L’inattività di chi amministra e di chi dovrebbe fornire gli strumenti per un controllo effettivo del territorio comporta colpa grave e responsabilità diretta. Senza mezzi termini.

Ma una quota di responsabilità appartiene anche a tutti noi per i criteri con cui scegliamo i nostri amministratori, pur pretendendo poi azioni concrete da parte di chi viene eletto.

Non meravigliamoci dunque quando leggiamo sui giornali di rapine compiute da maggiorenni e minorenni con armi in pugno, come quelle di cui si è venuti a conoscenza solo per la presenza fortuita di un’auto della polizia o per le riprese di telecamere a circuito chiuso.

Scriveva Corrado Alvaro sessant’anni fa “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”.

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